Sarri deve ripartire dalla difesa. Il Napoli meno battuto fu quello del 71 con Zoff, Zurlini e Panzanato

Sarri deve ripartire dalla difesa. Il Napoli meno battuto fu quello del 71 con Zoff, Zurlini e Panzanato
Zoff con Walter Chiari al San Paolo (fotonapoli)

Sarà la difesa il reparto che Sarri dovrà rilanciare nel Napoli. Quest’anno è stata tra le peggiori della storia azzurra (54 gol subiti in 38 partite). Il record negativo assoluto appartiene al Napoli che finì in serie B nella stagione 1997-98 (76 gol incassati in 34 partite).

Rafael, Andujar, Maggio, Albiol, Britos, Koulibaly, Ghoulam, Strinic sono stati i giocatori del collasso difensivo della seconda stagione di Benitez. I difensori del “disastro” del 1997-98 furono Taglialatela, Crasson, Baldini, Ayala, Rossitto, Goretti.

Nel campionato 1970-71, in serie A, il Napoli ha avuto la migliore difesa della sua storia con Zoff (nella foto con Walter Chiari, fotonapoli.it); Ripari, Pogliana; Zurlini, Panzanato, Bianchi (14 presenze di Monticolo al posto di Ripari) incassando 18 reti in 30 partite. Negli almanacchi, i gol al passivo sono 19 perché il Napoli perse 0-2 a tavolino la gara col Milan che, sul campo, s’era conclusa 1-0 per i rossoneri. La super-difesa azzurra non prese gol in 18 gare e Zoff rimase imbattuto nelle prime sei partite. Panzanato e Zurlini furono gli irriducibili paladini di quel bunker.

Mario Zurlini (nato a Parma nel 1942) giunse al Napoli a 22 anni. Allegro, estroverso. Con l’arrivo di Panzanato nello stesso anno (1964), Zurlini fu inventato libero da Pesaola dopo la cessione di Stenti al Vicenza. Zurlini e Panzanato giocarono lo stesso numero di partite, 197. Dino Panzanato, detto Titta, nato a Favero Veneto, classe 1938, arrivò al Napoli a 26 anni e vi rimase fino ai 35. Dal Vicenza era passato all’Inter, dove era chiuso da Guarneri. Pesaola lo convinse a trasferirsi a Napoli.

Le altre migliori difese del Napoli sono state quelle del 1966-67 (Bandoni, Nardin, Micelli, Ronzon, Panzanato, Bianchi, allenatore Pesaola, 23 gol incassati in 34 partite) e del 2012-13 (De Sanctis, Campagnaro, Paolo Cannavaro, Aronica, Maggio, Behrami, Gamberini, Britos, Mesto, allenatore Mazzarri, 36 gol in 38 partite).

Quest’anno ha deluso Raul Albiol, 30 anni, 462 partite in carriera, 51 presenze nella nazionale spagnola, 97 gare col Napoli (67 in campionato con un gol segnato nell’1-1al Chievo). Non ha offerto il rendimento e l’autorevolezza che prometteva la sua carriera (118 partite nel Real Madrid).

Nel ruolo di centrale di difesa, il primo in azzurro è stato il novarese Adamo Roggia (1928-1931). Ne prese il posto (1938-1943) Aldo Fabbro di Pola che, a 25 anni, fu ucciso con la mamma e la nonna nei bombardamenti a tappeto dei tedeschi sulla città istriana (1944). Il primo grande centromediano azzurro è statoMichele Andreolo nato a Montevideo da genitori cilentani. Dopo otto campionati nel Bologna e uno nella Lazio, approdò al Napoli nel 1946 a 33 anni. Un colosso, campione del mondo con l’Italia nel 1938. Celebre per i calci di punizione e per i traversoni con i quali lanciava le ali. Non volle mai tirare un rigore dopo averne sbagliato uno. Nel Napoli giocò tre campionati (93 partite, 11 gol).

Un centromediano di casa è stato Ferruccio Santamaria di Maddaloni. Cominciò a giocare nel Nola, poi nel Napoli dal 1946 al 1949. Tra Di Costanzo e Rosi fu al centro di una mediana di qualità. Di Luigi Vultaggio, romano, centrosostegno nel Napoli un anno in B (1949-50) e sei partite in A nella stagione successiva, si ricorda quando, al Vomero, rimase attaccato per trenta metri alla maglia di Gunnar Nordahl (1,80 per 95 chili) senza riuscire a fermare il centravanti svedese che andò a segno e il Milan vinse 5-3.

Centromediani di passaggio sono stati il veronese Leandro Remondini (1950-51) e il milanese Armando Tre Re (1954-56). Con splendide carriere alle spalle giunsero tardi in maglia azzurra, Remondini a 33 anni, Tre Re a 32.

Bruno Gramaglia, genovese, arrivò nel Napoli a 19 anni, nel 1938, e smise a 37. La prima volta rimase cinque anni. Allo scoppio della guerra, tornò a Genova. Nel 1949 di nuovo al Napoli per altri sei campionati. In totale, undici tornei in maglia azzurra, 273 presenze e 4 gol. Fu un beniamino di Monzeglio che ne ammirava la serietà e la passione. Giocava mediano, però capace di coprire più ruoli in difesa. Fece a lungo il centromediano.

Memorabile, al tempo del calcio romantico, la partita che gli azzurri fecero contro il Bologna nel ’53. Ci misero tutto l’impegno e ne cavarono una vittoria per 4-1 che fu l’omaggio a Gramaglia che compiva 34 anni. Non si presentò al raduno precampionato della stagione 1954-55. Aveva 35 anni e voleva smettere di giocare. Proprio in quei giorni, Bruno Roghi scrisse sul “Calcio illustrato” un bellissimo articolo su di lui. Gramaglia si commosse. Stuzzicato da Monzeglio e incoraggiato da tutta la squadra, rinviò il ritiro. Giocò ancora 10 partite.

Cesare Franchini, veronese di Villafranca, fu un eccellente centromediano, tra Morin e Posio, in quattro campionati (1956-60) chiudendo la carriera nella Salernitana. Elia Greco, legnanese, cominciò a giocare da terzino (dopo la partenza di Vinyei) e fu poi, tra Beltrandi e Posio, uno stopper di grande temperamento, 180 partite in maglia azzurra dal 1955 al 1962. L’ex interistaAristide Guarneri, cremonese, un pilastro al centro della difesa milanese, è stato solo di passaggio nel Napoli (1968-69) a trent’anni. Giovanni Vavassori, bergamasco di Arcene, è stato uno stopper solido, nel Napoli dal 1972 al 1977.

Moreno Ferrario, una vita nel Napoli debuttando a 18 anni nel 1977. Ragazzotto lombardo, roccioso, figlio unico di un muratore di Lainate, nella periferia nord di Milano. Aveva un naso mezzo schiacciato, quasi da pugile, e per i continui colpi di testa gli stavano già andando via i capelli biondi. Entrava in campo con le scarpe slacciate per allacciarsele sul terreno di gioco. Così fece anche quella domenica di aprile al “San Paolo” prima della gara contro il Perugia. Forse se le allacciò troppo presto perché, al primo intervento, spedì il pallone alle spalle di Castellini. Non era passato un minuto di gioco. A Krol scappò una bestemmia. Il Napoli non seppe recuperare quella sventurata autorete, perse 0-1 e si eliminò dallo lotta per lo scudetto. Era il 26 aprile 1981. Si fece perdonare, Moreno, quando nella sciagurata stagione ’82-’83 segnò quattro rigori decisivi per la salvezza. In azzurro per 310 partite in undici campionati, un fedelissimo come pochi. E’ stato uno dei più forti difensori degli anni Ottanta. Il feeling col Napoli si interruppe l’anno dopo che aveva vinto lo scudetto, coinvolto nella “rivolta di maggio” del 1988 contro Bianchi. Fu ceduto alla Roma, e giocò poi nell’Avellino, andando via con Garella, Bagni e Giordano, gli altri tre della “banda dei quattro”. Aveva 30 anni e dato gambe e cuore al Napoli.

Ruud Krol, olandese di Amsterdam, classe 1949, uno dei più famosi “lancieri” dell’Ajax di Cruijff, arrivò al Napoli nel 1980, a 31 anni, fisico da indossatore, rubacuori. 107 partite in azzurro dal 1980 al 1984. Antonio Juliano andò a pescarlo a Vancouver dove i calciatori europei spendevano gli ultimi spiccioli della loro attività. Il Napoli pagò al Vancouver 110 milioni per il prestito dei sette mesi. La tenacia di Juliano trattenne Krol per quattro anni, 800 milioni a stagione al giocatore, un miliardo al Vancouver per chiudere il trasferimento. Battitore libero, sganciava lanci spaziali che invitavano al gol Pellegrini. Nel 1982-83, con la squadra barcollante in fondo alla classifica, Pesaola subentrato a Giacomini impose a Krol di restare inchiodato in difesa badando solo a fare i lanci per Diaz e Pellegrini. All’ultima giornata, a Cesena, a Krol saltò un menisco per una entrata dura di Buriani. Recupero difficile a 34 anni. Krol guarì per il torneo 1983-84, ma non fu più lo stesso. Quando se ne andò al Cannes disse: “Napoli è stato un sogno bellissimo. Se non mi fossi rotto la gamba, sarei rimasto a vita”.

Non ebbe molta fortuna il francese Laurent Blanc giunto nel 1991 al Napoli, a 26 anni, proveniente dal Montpellier. Carisma e classe, ma come difensore centrale era lento e spesso abbandonava la difesa per spingersi all’attacco. Alto 1,90 era molto appariscente. Giocò 31 partite e andò a segno sei volte. Giudicato poco adatto al gioco italiano, se ne al Nimes, poi al Barcellona e al Marsiglia. Divenne poi il formidabile “libero” della nazionale francese e l’Inter lo richiamò in Italia, a 34 anni, ma anche a Milano non convinse, ormai a fine carriera.

Antonio Carannante, puteolano, piccolo (1,75) ed esplosivo, “palla di gomma”, giocò da terzino sinistro nel Napoli di Maradona (69 gare dal 1981 al 1987 e ancora nel 1988-89), ma spesso ricoprì il ruolo al centro della difesa.

Quando Allodi prese Alessandro Renica dalla Sampdoria a 23 anni, nel 1985, disse: “E’ il più forte libero d’Italia”. Sei anni in maglia azzurra: 136 partite, 10 gol. Indimenticabile la rete segnata al 119’ contro la Juventus, 3-0, quarto di finale della Coppa Uefa 1989 vinta dal Napoli dopo quel clamoroso sorpasso sui bianconeri (2-0 all’andata per la Juve).

Renica fu un protagonista assoluto negli anni d’oro di Maradona. Disse: “Eravamo una giostra senza respiro”. Giocatore mancino, quasi una rarità nel suo ruolo, capace di far “salire” la squadra e dotato di un lungo calcio di rinvio. Colpito da una rondella, a Pisa, lanciata dalla tribuna, fruttò al Napoli la vittoria a tavolino (2-0): sul campo la gara era terminata col successo dei pisani (1-0, rigore di Sclosa). Il finale di carriera fu contrassegnato da infortuni. Fu ceduto al Verona a 29 anni.

Alemao, brasiliano del Minas Gerais, tutto cuore e rendimento, atleta di Cristo, definito “tedesco” perché aveva i capelli biondi e giocava un calcio concreto, all’europea, senza i vezzi brasiliani. Il nome era Ricardo Rogerio De Brito. Nel Napoli (1988-1992) giocò da regista davanti alla difesa. Era un giocatore potente e nodoso. Amava andare a cavallo. Nell’anno dello scudetto 1990, fu colpito da una monetina a Bergamo (0-0) e il giudice sportivo assegnò al Napoli la vittoria a tavolino. Proprio a Bergamo, nell’Atalanta, concluse la carriera.

Giancarlo Corradini, emiliano di Sassuolo, uno stangone di ragazzo (1,88), arrivò a 27 anni, nel 1988. Giocò sei campionati da stopper (173 presenze, 2 gol e quattro autogol). Fabio Cannavaro, napoletano del quartiere Loggetta, cominciò a giocare al calcio a otto anni nella squadra dell’Italsider di Bagnoli e voleva diventare Ciro Ferrara, il suo idolo di sei anni più grande. Eguagliò l’idolo e divenne uno dei più forti difensori italiani. Bianchi, che aveva lanciato proprio Ferrara, lanciò anche Cannavaro. Terzino sinistro e poi stopper, difensore acrobatico e gran colpitore di testa, nonostante la statura non eccelsa (1,76), dotato di una straordinaria elevazione. Giocò in azzurro solo tre campionati. Le casse del Napoli erano allo stremo e Ferlaino lo cedette al Parma (1995-96).

Roberto Fabiàn Ayala, argentino di Paranà, figlio di un salumiere, venne dal River Plate nel 1995, a 22 anni, 25 partite con la nazionale argentina e un’attitudine da leader. Forte di testa, ma un po’ lento. Dovette coprire il vuoto lasciato da Cannavaro (1995-1998). Boskov si trovò con due liberi, Ayala e Cruz, e all’argentino affidò il ruolo di stopper. Orgoglioso non volle rimanere nel Napoli che retrocesse nel ’98. Ferlaino lo cedette al Milan per 12 miliardi. André Cruz, brasiliano di Piracicaba, la città di Altafini, arrivò al Napoli nel 1994, a 26 anni. Un mancino dal piede fatato. Il Napoli lo acquistò dallo Standard Liegi. In tre campionati realizzò 13 reti in 83 partite. Lasciò il Napoli che considerò esosa la sua richiesta di due miliardi e mezzo a stagione. Finì al Milan.

Ragazzi di casa, Emanuele Troise di Volla e Gennaro Scarlato napoletano, sono stati al centro della difesa del Napoli, il primo dal 1998 al 2003, il secondo in tre fasi dal 1996 al 2005.

Marco Baroni era un ragazzone di Firenze che dava nell’occhio per la rispettabile altezza (1,88), stopper non facile da superare, di testa saltava più di tutti. Arrivò a 26 anni nel 1989 e si infilò nella squadra del secondo scudetto segnando contro la Lazio, all’ultima giornata, la rete decisiva per la conquista del campionato. Indossò, per l’occasione, un paio di slip rossi portafortuna. Maurizio Domizzi, romano, giunse nel 2006 per rafforzare la difesa azzurra in tandem con Paolo Cannavaro. Si presentò al “San Paolo” con un’autorete nel 4-2 al Treviso. Giocò due soli campionati.

Col Napoli indebitato, Paolo Cannavaro, napoletano del rione Loggetta, fu ceduto al Parma nel 1999, quattro anni dopo la cessione del fratello Fabio. Paolo se ne andò a 18 anni e ritornò a 25 anni diventando il perno della difesa azzurra, dopo avere giocato a destra, nove centimetri più alto del fratello (1,85). Fabio piccolo ed esplosivo, Paolo un longilineo elegante. In una serata magica di Coppa Italia battè Buffon con una strepitosa rovesciata sotto rete al 122’ dei supplementari conquistando il 3-3 che portò il Napoli a eliminare la Juve ai rigori (poi si fece parare il suo penalty!). Con 278 partite fra campionato e coppe è al sesto posto fra gli azzurri col maggior numero di presenze.
Mimmo Carratelli

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