Internapoli e Campania: i potenziali Chievo di Napoli, città che non conosce derby

Internapoli e Campania: i potenziali Chievo di Napoli, città che non conosce derby

“Sono passati 15 anni ma non servono gli inganni” recitava una canzone di protesta negli anni ’80 ricordandoci la non lunga storia tra Napoli e Chievo e riannodando i fili di una sfida spesso piena di insidie. Robe da bestia nera insomma. C’era TelePiù e non Sky ma la fame di calcio era la stessa. I tifosi del Napoli avevano la scheda, vera o “pezzotta”, pagavano 10mila lire al mese per resettare i codici pur di vedere la loro squadra anche in serie B. Mettiamo un attimo da parte le indicibili sofferenze che gli azzurri hanno trovato al Bentegodi, una volta teatro di battaglie col nemico gialloblu detto Hellas, ma, stando al blasone, nemmeno le gare al S. Paolo sono state rose e fiori visto che su 9 match il Napoli ne ha vinti solo 5 pareggiandone 2 e perdendone 2. Quando giocano Juventus-Torino, Roma-Lazio, Samp-Genoa, Inter-Milan si parla di derby, sono stracittadine sentite, combattute, giocate allo spasimo e raramente abbiamo visto “accomodare” una gara tra squadre della stessa città. Ma quando giocano Verona e Chievo, che derby è? Come lo immaginiamo? Davide-Chievo contro Golia-Verona? È come se giocasse Roma contro Cinecittà o Milan contro San Babila? In fondo i clivensi, che per coerenza hanno tenuto i colori gialloblù come la loro squadra madre, rappresentano un quartiere della città veneta che ha semplicemente fatto un salto abnorme di categoria, passando dalla serie D alla serie A in pochissimi anni. Ed allora è giusto parlare di favola perché di favola trattasi. Ciò che non è mai successo a Napoli, ciò che probabilmente i supporter napoletani non saprebbero nemmeno come affrontare. Condividere l’amore per il Napoli con un quartiere della città o addirittura tifare per la “altra” squadra cittadina? Ma siamo pazzi? Un fallimento totale in partenza, non se ne parla proprio. E né si potrebbero chiamare derby un Napoli-Casertana o un Napoli-Avellino, benché distino pochi chilonetri, faccio un esempio. Il “derby è derby” come “Sanremo è Sanremo”.

Eppure nella lunga storia dal dopoguerra in poi, il Napoli ha avuto potenziali rivali cittadine, tutte arrivate alla soglia della serie B dopo aver disputato fantastici tornei di serie C. Si sa, sognare è lecito, dopo la serie cadetta poteva arrivare la A e poi il derby con gli azzurri. Purtroppo per le altre due realtà che hanno sfiorato l’impresa, il sogno di giocare un derby col Napoli è rimasto nel cassetto e dopo quegli exploit, come succede sovente, il pallone si è miseramente sgonfiato. Peccato, però, se oggi pensiamo che la Lupa Roma è in serie C e rappresenta la terza squadra della capitale.

Le due squadre di cui voglio ricordare le gesta oggi sono l’Internapoli di fine anni ’60 e il Campania Ponticelli degli anni ’80, dopo di loro il deserto o poco più. L’Internapoli, con chiare origini vomeresi avendo la sede operativa nella parte alta della città sebbene venisse fuori da una fusione tra Cral Cirio e Flegrea, fu fondato nel 1964 da Proto e Del Gaudio e per dieci anni dominò le serie minori. Dopo aver vinto un campionato juniores nel 1966 e uno Beretti (l’allora Primavera) nel 1968, la squadra esplose quando si misero in luce giocatori del calibro di Wilson, Chinaglia, Massa, Cordova e Mammì sotto la guida tecnica di un Luis Vinicio che aveva appena smesso di giocare a calcio a Vicenza. E che calcio fu quello visto al Collana! I biancoazzurri volavano sulle ali dell’entusiasmo ma anche perché avevano continuamente osservatori in tribuna. Sappiamo poi che il primo scudetto della Lazio è figlio di Wilson e Chinaglia, che Massa ha fatto le fortune dell’Inter ritrovatasi senza un’ala di ruolo dopo l’abbandono di Jair, che Cordova è andato a comandare nella Roma di Anzalone e che Mammì segnò uno storico gol quando il Catanzaro battè la Juventus nel 1972. Purtroppo dopo due terzi posti consecutivi in C ci fu il declino con la squadra ormai smembrata. Discesa negli inferi della D, poi molta Promozione fino all’assorbimento della società da parte della Puteolana 1909. Nemmeno a Pozzuoli la gloriosa squadra del Vomero trovò pace. Solo nel 1995 il Gabbiano, dopo aver vinto il campionato di Eccellenza, cambiò nome in Internapoli.

Ma questa è un’altra storia. Il Campania, fondato nel 1975 dal dentista Antonio Morra Greco, militante in Prima Categoria, ottiene quattro promozioni in sei anni. È serie C, si grida al miracolo e inizia una storica scalata. Nell’album di Calciatori Panini 1980-81 compare per la prima volta lo scudetto del Campania Ponticelli, Serie C2, girone D. Li allena Nicola D’Alessio. Dopo un settimo posto e la promozione in serie superiore, la squadra si piazza terza nel torneo 1982-3 di Serie C1 sotto la guida di Giorgio Sereni dopo essere stata a lungo lepre piuttosto che inseguitrice. Campione d’inverno con tre punti sulle dirette rivali, molla solo nel finale lasciandosi scavalcare per un solo punto dal duo, obiettivamente meglio attrezzato, Empoli e Pescara che salgono in Serie B. Sfumato il sogno della cadetteria, i bianco amaranto, con Enzo Montefusco allenatore, che giocheranno anche alcune gare interne al San Paolo nell’era Maradona (le statistiche ricordano una gara di Coppa Italia contro la Sampdoria con circa 20mila spettatori), ottengono altri onorevoli piazzamenti ma l’ambizione di diventare la seconda squadra di Napoli svanisce. Nel 1986, anche a causa dello strascico per la delusione della mancata promozione e dopo aver tentato di coinvolgere nel progetto il “Petisso” Pesaola come dirigente e Dino Panzanato come allenatore, il Campania cede il titolo, curiosamente come aveva fatto l’Internapoli, alla Puteolana 1909 e gioca le sue gare in casa al Conte di Pozzuoli chiamando al suo capezzale un altro ex giocatore del Napoli, Gastone Bean (nella foto). La compagine di Pozzuoli, poi, con la denominazione di Campania Puteolana farà altri campionati di C1 e C2 a discreti livelli con l’esordiente Claudio Ranieri in panchina. Gli ultimi bagliori negli anni ’90 quando ridiventa A.C. Campania ma la retrocessione in Eccellenza ne segnerà l’anonimato. Anche questa è un’altra storia. Era scritto nel destino, questi derby col Napoli non si dovevano fare. Come i matrimoni manzoniani.
Davide Morgera
(nella foto in alto, Vinicio con Di Marzio, Rivellino e Rambone al Corso allenatori a Coverciano nel 1968. In basso, Gastone Bean, entrambe Archivio Morgera. Al centro Chinaglia nell’Internapoli, WikiLazio) 

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