Coltelli d’Italia / l’Italia mo’ è questa Vi-facciamo schifo / dai piedi alla testa

Se rap deve essere, allora sia. Stavolta non per l’inno della squadra, stavolta per l’inno di Mameli. Se il rap è il registro della rabbia, proviamo anche col rap. Proviamo a dire che fratelli d’Italia vorremmo sentirci ogni giorno, non soltanto quando ci chiedono di essere politicamente corretti, una sera, prima di una partita di calcio. Fratelli d’Italia, in uno stadio, vorremmo sentirci ogni domenica, anziché raccogliere l’augurio di essere arsi vivi dal nostro meraviglioso vulcano. Fratelli d’Italia, fuori dallo stadio, non c’è neppure bisogno che io lo dica, e soprattutto non lo deve dire un ciuccio. Se deve essere rap, allora sia. Il mio inno sabato lo canto così

Coltelli d’Italia / l’Italia mo’ è questa

Vi-facciamo schifo / dai piedi alla testa

La solita storia / noi piccoli e in coma

L’alcova di Roma / l’Italia creò

Brandelli d’Italia / l’Italia ci appesta

Dal mio municipio / salì la protesta

Dov’è la memoria / del mio cromosoma

Il sangue per Roma / il Vesuvio donò

Il sud è consorte

Non è cassaforte

Chiudeste le porte

E l’Italia sfumò

Il sud è consorte

Non è solo morte

Non è solo morte

L’Italia ci amò
Il Ciuccio

Nato nel 1926, scalcia negli archivi, solleva polvere e riporta a galla frammenti dimenticati. Ricorda le trasferte a Roma, i giri di campo all’Olimpico. Molto prima che qualcuno lo mettesse sull’attenti sul pericolo di girare da solo nella capitale. La memoria è la sua medicina per curare la paura di cadere nell’oblio.

ilnapolista.it © Riproduzione riservata