Pur di stare con Agnelli, Galliani e ultras, De Laurentiis dice che “colerosi” e “terremotati” sono uno sprone per Napoli. Parole schifose

Bisogna ammettere che Aurelio De Laurentiis di comunicazione se ne intende. Sa come riuscire a difendere una posizione (quella politica, al fianco di Galliani e Agnelli), un interesse (quello della sua azienda, il Napoli), un legame (in questo caso con gli ultras) cercando di nobilitare il suo punto di vista. In Italia, con altro stile e altro successo, va detto, è quasi sempre riuscito a Giuliano Ferrara che si è ritagliato addosso il ruolo di avvocato difensore del cattivo per antonomasia.

Aurelio De Laurentiis in questa vicenda vergognosa dei cori contro i napoletani sta con Galliani e Agnelli. Dal primo minuto. E con gli ultras. Del resto, non dimentichiamolo, gli ultras sono quelli che al San Paolo hanno cantato “colerosi, terremotati”. Insomma, sono a protezione del sistema. Di quel sistema calcio che ha prodotto la pagina vergognosa di Salernitana-Nocerina, e che ha portato le società e il calcio tutto a essere sotto ricatto perenne di un manipolo di persone.

E quindi che cosa ti combina oggi Aurelio De Laurentiis? La mette, prova a metterla sul sociologico-culturale, in tono scherzoso ça va sans dire. A lui i cori di discriminazione territoriale non fanno né caldo né freddo. A lui essere chiamato coleroso e terremotato fa ridere. Non solo. Per lui sono sfottò, come ripetono Galliani e Agnelli, uno sfottò «li prendo come un incitamento alla città per risvegliarsi».

Risvegliarsi? Abbiamo capito che Aurelio De Laurentiis ci considera colerosi e terremotati. Ci considera fermi al ’73 e al 1980. Chissà, magari anche lui crede che un bel bagno di lava non possa che far bene alla città. Quell’antica teoria che ogni tanto riaffiora: lava al posto dei treni piombati.

Qualcosa, però vorremmo dirgliela. Il terremoto, presidente De Laurentiis, così come il colera, ha provocato morti a Napoli. Morte, dolore, miseria, disgrazia, senso perenne di inferiorità. Napoli ha patito tutto questo, presidente. Sulla propria pelle e dei suoi cittadini. E se lo sente ripetere ogni domenica, da trent’anni, negli stadi d’Italia. E lei ci ride sopra. Beato lei. Lei che grazie a questa città ha aumentato il suo fatturato, che grazie a Napoli si è salvato dalla crisi cinematografica che la stava aggredendo. Il suo disprezzo nei nostri confronti non è nuovo, per carità. Ma provi almeno a limitarsi. Il nostro, in fondo, come sa, è un patto di non belligeranza. Lei si arricchisce e noi facciamo alè alè. Ma non esageri, non sputi nel piatto in cui ha mangiato e continua a mangiare. Non offenda la città che arricchisce la sua azienda.

L’ha fatto fuori dal vaso, presidente. E di parecchio. Le sue parole ci fanno schifo. E dire che l’abbiamo difesa più volte, ultimamente, beccandoci anche insulti. Lei ha grandi meriti. Ma avrebbe fatto più bella figura a parlare chiaro, come ama fare. A dire che anche lei, come i suoi colleghi, è sotto ricatto. E che tra le voci di bilancio avete messo tutti quella intitolata “ultras”. Costa molto meno dei danni derivanti della chiusura delle curve. Del resto, presidente, lei non difetta di coerenza. È venuto a Napoli per fare impresa. E sta difendendo la sua azienda. Ma non lo faccia sputandoci addosso. Potremmo rispondere con sacchetti pieni di urina.
Massimiliano Gallo

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