Siamo sicuri che la maglia si ami solo come dicono gli ultrà?

“Giulietta è una zoccola” non abita più qui. “Porompompero” è passato di moda e anche se il corazòn ci batte ancora, per sentire un coro da stadio degno di questo nome tocca andare ai cortei dei disoccupati organizzati. Spiace dirlo, ma è così. Il San Paolo resta un monumento, ma se una volta lo spettacolo era anche sugli spalti, adesso la musica è cambiata. Se ironia è stata, quella sulla discriminazione territoriale messa in scena durante Napoli-Livorno era forse troppo sottile per essere compresa e dunque, a ben vedere, fuori bersaglio. Come quando si calcia un rigore con cucchiaio giusto tra le mani del portiere. Se invece era dettata dalla voglia di solidarizzare con gli ultrà milanesi giustamente puniti, allora davvero meglio restare a casa e guardarsela in televisione. Gli interrogativi di Zambardino non sono banali e l’amarezza di Massimiliano Gallo è anche la mia. Ed è un peccato, perché poi il tessuto della tifoseria napoletana sa ancora inventarsi coreografie da applausi come il Vesuvio dell’ultimo Napoli-Juve ed emozionare l’Europa con il terrificante urlo “the Champions’”. Ma come lo spieghi, a un bambino che viene allo stadio per la prima volta, quel coro monocorde sulle note deformate de “Il mio canto libero”? Come si fa a far capire che non si può inneggiare a un calciatore perché “si ama solo la maglia”. Come se intonare “Caré, Caré tira la bomba” fosse stata un’offesa ai nostri colori. Eppure ce ne sarebbero di ragioni per godersela, questa stagione. Abbiamo un Napoli latino che se la gioca, con un tecnico spagnolo furbo e competente che parla italiano meglio di tanti politici di casa nostra, un argentino come centravanti, uno scugnizzo di Frattamaggiore che finalmente gioca titolare e uno slovacco che ormai è diventato napoletano. Non li ho citati per nome perché si ama solo la maglia. Ma siamo sicuri che la maglia si ama solo così?
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