Il calcio ci dice che l’Italia è un paese razzista

Ripubblichiamo l’articolo che il giornalista di Repubblica Fabrizio Bocca ha scritto per il suo bloooog!

Sapete cosa dice il calcio italiano al resto del mondo? Che l’Italia è un paese razzista. E’ un po’ come un biglietto da visita, tale il calcio, tale il paese. Se in due mesi ti chiudono a ripetizione gli stadi del Milan, della Lazio, dopo aver già chiuso le loro curve, più quelle di Roma e Inter il messaggio diventa inevitabilmente questo. Il calcio italiano è razzista e lo è dunque anche l’Italia. Cosa che io non credo, ma insomma stiamo lavorando per questo. Il calcio e le sue curve indemoniate fanno presto a diffondere quella cultura estremista e violenta, che si radicalizza e diffonde un po’ ovunque. Dalle curve, alle periferie abbandonate delle città per poi entrare dappertutto. Anche nelle scuole, ad esempio.
Il problema, nonostante i provvedimenti che adesso arrivano e colpiscono duramente, si sta allargando, non riducendo. E comincio anche a pensare che le chiusure delle curve prima e degli stadi poi non lo risolva. Anzi lo inasprisca e incancrenisca. Il coro razzista o di “discriminazione territoriale” sta diventando una specie di ignobile gioco di società che si diffonde viralmente.
Domenica scorsa gli ultras del Napoli si sono auto insultati e “territorialmente discriminati” (e se lo stadio del Napoli fosse chiuso per questo?) dando la loro solidarietà a quelli del Milan che li avevano chiamati, col solito coro, “colerosi” e per questo la curva di San Siro chiusa e squalificata. Così loro, quando capiterà, potranno ripagare i “colleghi” con eguale moneta. Attenzione perché la pesante cura anti-rabbica può uccidere il calcio quanto la rabbia stessa. E’ come ammazzarsi con troppi antibiotici, dovrebbero uccidere la malattia, e uccidono anche il paziente. Quanti, ad esempio, continueranno ad abbonarsi sapendo che rischiano di saltare tre o quattro partite, già pagate in anticipo? Io ci penserei due volte, oggi, prima di abbonarmi.
Non penso che ci siano molte armi per combattere questa battaglia. Come fare a perseguire e mandare a processo 50-100-500 tipi che partecipano a un coro razzista, ma pur sempre un coro? Io sinceramente non lo vedo, non potrai mai provare e dimostrare che quello stava urlando “negro di m…”, o “coleroso” etc. Posso arrestare e far pagare caro qualcuno che mena le mani, aggredisce, sfascia, tira coltellate, ma uno che partecipa a un coro come faccio a prenderlo, accusarlo, processarlo e condannarlo? E’ impossibile. Da anni ormai penso che tante battaglie di civilizzazione del calcio, siano ormai battaglie perdute, senza scampo, senza più possibilità di vittoria. Penso sostanzialmente che abbiamo fallito, nonostante decenni di impegno. L’unica possibilità è ricominciare da capo, da zero. Dalle scuole ad esempio, dalle strade e dai cortili delle periferie più degradate delle nostre città. Ma quanti anni ci vorranno? Cinque, dieci, venti? Forse, ma cCosì come il calcio può insegnare e diffondere il razzismo, altrettanto potrebbe diffondere l’integrazione e il rispetto. Se solo i club lo facessero seriamente, d’impegno, come una vera e propria emergenza sociale.
Attendiamoci pure adesso un’offensiva delle curve estremiste in risposta a queste chiusure da stadio. La guerra è solo all’inizio. Il razzismo da stadio si può sconfiggere solo a parte che ognuno faccia il suo, solo a parte che il tempo faccia crescere un pubblico migliore. Solo a parte soprattutto che il calcio tolga potere e importanza agli ultras – non più tardi di un paio settimane fa i tifosi arrabbiati per la situazione sono stati accolti a Milanello perché il Milan si giustificasse e spiegasse loro chissà cosa: è a questo che Galliani dovrebbe rispondere, non meravigliarsi perché San Siro viene chiuso -, e la smetta di considerare il tifo di curva come “il dodicesimo uomo”.
Il pubblico non gioca, questo è un concetto antico e secondo me ormai sorpassato. Si vince o si perde perché si è bravi o scarsi, non perché c’è una massa che ti incita. E magari fa il verso della scimmia a qualche avversario… Dobbiamo tornare ad avere degli spettatori, degli appassionati che soffrono e saltano di gioia per una partita, ma che si rendano conto che non sono nulla di più. Che il calcio non dipende da loro e quindi non può sussistere alcun ricatto.
Fabrizio Bocca

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