Quanti luoghi comuni sulla maglia mimetica del Napoli

“Il successo delle merci non coincide necessariamente con il bene sociale nè con il bene di chi le vende”.
Parto da questa affermazione di Bruno Patierno sulla divisa mimetica del Napoli perché sintetizza la tensione valoriale che ogni giorno accompagna chi lavora nel marketing, come lo stesso Patierno e come me.
Fare previsioni sulle vendite legate a una iniziativa di marketing nel breve termine non è facile; ancora meno facile, poi, è fare previsioni sulle conseguenze di immagine nel lungo termine per il brand coinvolto in tale iniziativa.
È per questo che rimango quantomeno interdetto quando in merito al Calcio Napoli leggo che una maglia mimetica trasmette un messaggio sbagliato. La mia perplessità aumenta quando successivamente leggo che alla mimetica si associano guerra, aggressione, caccia, violenza ruvidezza.
E chi lo dice? Qual è la fonte? E poi aggiungo: l’essere umano ha davvero una mente così semplice, in tutti i paesi e a tutte le età?
C’è qualcuno che magari ancora crede che dei teschi su una sciarpa diano l’idea della morte? Allora sappia che il 50 per cento dei vestiti che mettiamo quotidianamente un tempo erano ad esclusivo appannaggio degli eserciti. Le polacchine una volta erano chiamate desert boots, ed erano le scarpe usate dall’esercito britannico per le missioni nel deserto. I pantaloni con le tasche? Cargo pants, anch’essi ideati dall’esercito britannico nel 1938, furono poi ripresi e perfezionati dall’esercito americano pochi anni più tardi e presero il nome di paratroopers pants durante la seconda guerra mondiale, per poi diventare lo standard di tutto l’esercito americano dopo la guerra (le tasche laterali erano usate soprattutto per le pallottole di riserva). Vogliamo parlare dell’impermeabile? Nome originale Mack Jacket, dal suo inventore Charles Mackintosh, chimico scozzese che negli anni 30 brevettò l’impermeabile per la polizia e l’esercito britannici. Il parka? Inventato durante la guerra di Korea.
Si potrebbe andare avanti con gli esempi, ma non è importante. Il punto è che è presto per dire se la maglia mimetica avrà ricadute positive o negative sull’immagine del Napoli, così come è riduttivo etichettare l’operazione di De Laurentiis come tamarrata. È un’operazione ben ponderata che ha molteplici obiettivi.
Non li posso conoscere tutti, ma che ne dite se condivido con voi alcuni pensieri ad alta voce sulle possibili conseguenze di questa iniziativa che tanto divide voi napolisti?
Punto 1: la nuova maglia è un successo commerciale immediato, e questo è un fatto. Soldi cash, liquidità pronta all’uso, la stessa materia che serve per comprare i vari Higuain, Alibiol, Reina ecc.
Punto 2: La viralità. Repubblica, Tgcom, Sky, Giornalettismo, Corriere, Tgcom, Ansa, la Stampa. Sono alcune delle testate italiane online e offline che hanno riservato spazio nelle rispettive sezioni NON sportive. Si è parlato più di questa maglia che dell’acquisto di Higuain. Da noi questo si chiama “media guadagnato”.
Punto 3: estendere la visibilità del calcio Napoli al di fuori del recinto calcistico. De Laurentiis ha seguito una tendenza, ha provato ad avvicinare il mondo della moda a quello del calcio Napoli, e pare che ci stia riuscendo.
Punto 4: quando ero piccolo ero tifoso della Sampdoria. Ma tifoso vero. Ho speso abbastanza in merchandising dei blucerchiati: in gita scolastica portai la mia prof al Sampdoria store. Piansi al gol di Bellucci contro l’Arsenal in semifinale di coppa delle coppe. Insomma un tifoso vero. Come divenni tifoso della Sampdoria a 10 anni? Mi colpirono il carisma di Mancini e la maglia da trasferta nerocerchiata…
A 10 anni, quando si può diventare tifosi e la propria città sta stretta, basta poco per affezionarsi ad una squadra. Nel 2013, ci sono milioni di bambini orientali, nord americani e sud americani che potrebbero diventare tifosi di una delle squadre che fanno la Champions, come il Napoli. Se al prossimo mondiale in Sud Korea o Giappone si vedranno centinaia di indigeni con la cresta alla Hamsik e la maglia camo del Napoli, ringraziate De Laurentiis.
Federico Cella

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