La vita di Benitez a puntate / E a Valencia dissero: Benitez chi?

Manuel Garcia Quilón, il nuovo agente che aveva sostituito Miguel Ángel Cermeño, chiarì subito il suo modo di lavorare. Al primo disaccordo si sarebbero separati. Nessun contratto firmato, un’intesa sulla fiducia. E una visione del calcio comune. Sia lui sia Rafa non credevano nel culto della personalità, nell’indispensabilità del glamour in uno spogliatoio. Manuel riconobbe in Rafa un manager dalle grosse potenzialità, la prima occasione per lavorare insieme arrivò da Tenerife. Una piazza tutt’altro che facile. I tifosi avevano ancora fresco il ricordo di una semifinale di Coppa Uefa, dei brillanti risultati raggiunti con Heynckes, Valdano e Cappa, dei due campionati di fila che avevano fatto perdere all’ultima giornata al Real Madrid sgambettandolo nello stadio di casa e lanciando verso il titolo il Barcellona di Cruyff. Nessuno accettava che il tempo del vino e delle rose fosse finito. Ora chiedevano, anzi pretendevano, il ritorno in serie A. Ma il Tenerife di Benitez avrebbe trovato la più dura serie B della storia del calcio spagnolo. Con l’Atletico Madrid, il Siviglia e il Betis, tutte nobili in disgrazia. A Tenerife, Benitez sarebbe potuto arrivare già l’anno prima, a stagione in corso, ma preferì restare ancora fermo. Voleva rientrare nel calcio cominciando il campionato, formando la squadra, lavorandoci su dal principio. Trovò un gruppo composto da un nucleo storico di senatori e da alcuni giovincelli di belle speranze. Gli bastarono pochi giorni per capire come si sarebbe regolato, e per fare di quella regola uno stile di vita futuro: non c’è giocatore che si conquista un posto in campo da titolare con la sola reputazione o con la sola esperienza. Scoprì molto altro. Al Tenerife mancavano pure le maglie per allenarsi. Rafa affrontò la squadra in rivolta, la convinse che si poteva fare calcio, del buon calcio, anche in mezzo a tutti quei problemi. Uno in più fu la fascia da capitano. Pier, che la aveva portata fin lì, era in trattativa con il Gijón, non si sapeva se sarebbe rimasto o no. L’argentino Lusenhof rinunciò a prenderla per una lite con i tifosi. Allora scelse Rafa, e scelse Martí, uno del gruppetto dei più giovani.
Prima giornata: sconfitta con l’Albacete. Ma si intuì subito che era stato un episodio. Il Tenerife si rimise in piedi, fino all’ottava giornata, quando cadde dinanzi al Betis. Poi la svolta: sei vittorie di fila, compresa quella in casa dell’Atletico Madrid. Rafa oscillava fra il secondo e il terzo posto. Eppure difficoltà ce ne erano. Il presidente Javier Perez aveva preso male l’uguaglianza fra senatori e ragazzini, tentò di inteferire, Benitez fu irremovibile, la loro relazione peggiorò fino a diventare inesistente. Nacquero problemi anche con la stampa, Benitez tenne a mente il consiglio che gli aveva dato Fernando Castro, il suo predecessore: “Ho provato ad andare a cena con chi parlava male di me, per capire perché lo facesse, con il risultato di offendere e inimicarmi quelli che di me parlavano bene”. E allora a Rafa fu chiara una seconda regola della sua carriera: a cena con i giornalisti mai.
Il campionato si stava chiudendo con la promozione in Liga, quando un mercoledì sera Rafa si piazzò davanti alla tv per vedere la finale di Champions, Bayern-Valencia, a Milano. Con i soliti quadernini tra le mani, Rafa prendeva appunti sulle due squadre e sui giocatori. Quilón era lì, allo stadio, a San Siro, per vedere la partita insoeme con la famiglia di uno dei giocatori da lui rappresentati, Rubén Baraja. Il Valencia perse ai rigori, era la seconda finale di Champions consecutiva che andava così, i tifosi tornavano ancora una volta a casa in lacrime, l’era di Cúper era finita. Quilón tornó invece a casa con una notizia a sorpresa per Rafa: il presidente del Valencia aveva chiesto di lui. Il primo contatto divenne una trattativa vera quando il Valencia si accorse che la sconfitta in finale stava portando un rifiuto dietro l’altro. Incassati i no di Mané, Irureta, Aragonés, al presidente Pedro Cortés era rimasto Rafa, l’idea di quel giovane allenatore che aveva riportato il Tenerife in A. In consiglio gli avevano risposto con chiarezza disarmante alla sua proposta: “Benitez chi?”. Fu il momento in cui Cortés mise a fuoco il ricordo di alcuni viaggi, di alcuni soggiorni in un hotel diretto da un certo Paco Benitez, di quell’uomo che gli diceva: “Prenda mio figlio come manager, glielo assicuro, è un fenomeno”. Rafa, diamine, era proprio lui. Il figlio di quel Paco. Gli parve un segno. Si impuntò. Voglio lui. Il Valencia nel frattempo aveva perso la qualificazione alla Champions successiva e stava per vendere il suo miglior giocatore, Mendieta, un talismano, un leader. Insomma, era un panorama che assomigliava da vicino a un tramonto. Cortés chiamò Rafa al telefono. “Le piacerebbe allenare il Valencia?”. “Mi piacerebbe, sì”. “Lei forse non sa che ci vuole molto coraggio”, gli disse il presidente. E Rafa rispose: “Lei non sa quanto ce ne vuole ad allenare il Tenerife”. Benitez arrivò a Valencia qualche settimana dopo con sua moglie. C’era la folla ad aspettarlo, e faceva caldo.
Il Ciuccio

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