L’orgoglio ferito di De Laurentiis e Benitez

C’è la voce di Cesare Cremonini in sottofondo, mentre si fanno i conti in tasca a De Laurentiis: 77 milioni già spesi e lui che dice non è finita. Mai il suo Napoli aveva speso tanto. La voce di Cremonini in sottofondo fa: “Cos’è successo, sei cambiata”. Innegabile. Sebbene gli ideologi dell’antipresidenzialismo qualche argomento riescano sempre a tirarlo fuori, finanche quello più paradossale: l’uomo del “caccia ‘e sorde” ora di soldi ne starebbe spendendo troppi (sottinteso: bleah, li spende male). Il punto è capire perché ci troviamo sotto gli occhi questa svolta che Massimiliano Gallo ha attribuito ieri a un “desiderio d’amore”.

E qui si entra nel campo delle ipotesi. La più gigantesca di tutte porta stampata su di sé una data: 19 maggio. Il Napoli chiude il campionato al secondo posto, qualificandosi per la quarta volta in 86 anni di storia per la Coppa dei Campioni, con il miglior risultato di sempre senza Maradona in squadra, ma il suo allenatore Mazzarri si defila. Se ne va. Accigliato, malmostoso, scucciato. Se ne va accompagnato da una scia che è un mix di risentimento popolare e di comprensione critica, quelli che gli jastemmano dietro e quelli che allargano le braccia, ma sì in fondo cosa poteva fare qui, qui non c’è un progetto di crescita.

La chiave probabilmente sta qui, la chiave sta nei contorcimenti di pancia che De Laurentiis prova in quelle ore. Mentre una parte di noi, noi popolo, fa in fretta a lasciarsi convincere da questo addio che siamo piccoli, sporchi, neri, insignificanti, nei secoli dei secoli amen; mentre una parte di noi, noi popolo, sente di nuovo appiccicata sulla propria pelle la macchia umana della condanna al napoletanesimo; il più distante da noi e dalla nostra passione – il presidente – si scopre ferito nell’orgoglio. Lì scatta la molla. Noi a piangere Mazzarri, a dirci vedrete che grande Inter che farà. Lui a pensare: Mazzarri, ora ti faccio vedere io. Non sarebbe bastato se sulla sua strada non avesse incrociato Rafa Benitez, che di questa svolta è l’ideologo. Un incontro da cui De Laurentiis esce folgorato. Convinto dopo tutti questi anni di essere giunto a un livello ormai alto di competenza nel calcio, fortificato nelle sue convinzioni dal confronto con le figure che gli sono state intorno, il presidente scopre invece che esiste un altro registro. Nonostante tutto, esiste ancora un livello più alto di lui. Esiste uno che conosce il calcio di mezzo mondo, lo padroneggia, lo sconfigge. Benitez.

De Laurentiis torna agli esordi. All’improvviso è di nuovo un neofita. Benitez è la sua macchina del tempo. Lo riporta all’apprendistato. E’ una sottile condizione psicologica di sudditanza. Il presidente si ritrova dopo tempo alle prese con un interlocutore al quale riconosce una competenza superiore alla sua. È una scossa. Una scarica elettrica. Di più. È un corto circuito per le sue convinzioni, per le sue abitudini, per i suoi costumi. Si affida. Totalmente. Contro la sua natura. Guardate la faccia che ha nella foto con Higuain e Benitez, la faccia di uno che pensa: guardate come me so’ ridotto. Si affida peraltro a un altro profilo psicologico interessante, in parte affine al suo, un altro uomo (Rafa) che sta danzando sul crinale dell’orgoglio.

Ed è tutto di orgoglio, tutto di pancia, che il Napoli conduce il suo mercato. Prima incaponendosi su Jovetic per provare a fare un dispetto alla Juve. Poi blindando Zuniga contro ogni logica di mercato per non darlo né alla Juve né a Mazzarri. Poi dicendo no al Chelsea per Cavani, perché il Chelsea è il posto dove hanno trattato male, malissimo, Rafa, e ora ridono, sì, vai pure al Napoli e mandaci Cavani. Figurarsi se Rafa può mandarlo proprio tra le braccia di Mourinho, l’ombra che lo insegue da anni. E poi ancora orgoglio nel prendersi calciatori dal Real, quel Real che lui rifiutò a suo tempo per andare al Liverpool e che se l’è legata al dito. E poi ancora orgoglio nel prendersi proprio Higuain, che voleva il Chelsea, che voleva Mourinho.

Desiderio d’essere amato, diceva Max. Successe pure a Ferlaino. Era il 1984. Gli erano volati gli aerei sopra la testa (“Vattene”) e gli erano esplose le molotov in giardino. Prese Maradona. E si mise accanto Allodi, manager vero. Rafa è già un po’ allenatore e un po’ Italo Allodi. Un giorno forse scopriremo che c’è dell’altro, dietro questa improvvisa ricerca del consenso popolare da parte di De Laurentiis. Ma adesso già basta registrare come abbia scoperto che all’improvviso esiste una persona per cui valga la pena cambiare. Succede nella vita. Quando si è innamorati.
Il Ciuccio

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