Le lacrime di un bambino: «Ma perché non reagiscono?»

Stadio San Paolo. C’è la partita della vita. La partita che non puoi fallire. La Juve è a sei punti, conta solo vincere. Venticinquesimo del primo tempo. Il Napoli è sotto, la Juve domina, all’ennesimo passaggio sbagliato dei nostri, sento piangere. Un bambino che avrà avuto otto o nove anni è in lacrime, disperato. Piange per il nervosismo. “Ma perché non reagiscono, perché non pressano, perché sono così molli in campo?”. Piange per il suo Napoli, e noi, intorno a lui, a rincuorarlo. “Vedrai che recuperiamo” diciamo. E’ allora che mi commuovo anch’io. Questa è la passione, il tifo nella sua più candida espressione, quella di un bambino. Sento parlare dei fischi al San Paolo. Quelli non sono fischi di disappunto, non è contestazione. E’ la manifestazione di un amore, un amore viscerale, un sentimento inspiegabile a chi non ha mai provato quelle emozioni, quelle sensazioni. Non è qualcosa che puoi gestire, sei teso, forse più di chi va in campo. E quando magari vedi il leone Inler sbagliare un passaggio elementare, imprechi, ti agiti, soffri, urli, ma non stai contestando. Stai soffrendo con lui. E quando ha la giusta intuizione, quando tocca la palla come sa fare lui, lo applaudi, gli dai coraggio, lo trascini e, dopo, quando il leone si sveglia, esulti con lui, gioisci con lui, perché è tutto irrazionale. Il tifo è irrazionale.
Fabio Compagnone

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