Non dobbiamo dimostrare niente, dobbiamo vincere. E basta

Dell’inadeguatezza di fare sistema e dell’incapacità di preparare come si deve un appuntamento importante, abbiamo già scritto. E le responsabilità sono più della società che dei tifosi. La città sta aspettando il match quasi come una cellula dormiente. Tutti ci pensano ma nessuno ne parla. Anche sui social network sto notando, e apprezzando, il basso profilo anche negli sfottò e nella provocazione.
Il mood mi sembra quello giusto. C’è però un altro pericolo che va sventato. Quello di dover dimostrare qualcosa sul campo. Come se noi dovessimo riscattarci chissà da quale complesso di inferiorità e quindi essere costretti non solo a battere la Juventus ma a sconfiggerla in modo rotondo sul piano del gioco. In una parola, annientarla.
Nulla di più sbagliato, secondo me. Il tempo, si sa, sbiadisce i ricordi e ciascuno li recupera assecondando le proprie convenienze. E così ascolto spesso tifosi ricordare le mirabilie del Napoli di Maradona, l’unico che abbia vinto realmente qualcosa. Ecco, io quel Napoli lo ricordo a memoria. Ce l’ho stampato in fronte. E quel Napoli le partite le vinceva innanzitutto con la testa. Fu in quegli anni che capimmo quanto fosse complicato stare in testa, gestire la tensione del comando, dell’essere favoriti.
Ricordo come se fosse ieri Napoli-Juventus della gestione 1986-87. Al San Paolo, non a Torino. Vincemmo 2-1. Ma fu una sfida complicata, una partita a scacchi. Andammo in vantaggio con un siluro di Renica che passò sotto le gambe di un esterrefatto Tacconi. Dopodiché venne fuori l’orgoglio di Platini che prese per mano la squadra e la condusse al pareggio con colpo di testa di Serena. Soffrimmo, eccome se soffrimmo. E poi vincemmo, grazie a Ciccio Romano.
Non la dominammo quella partita, ma la vincemmo. La vincemmo innanzitutto nella testa. Sapendo dosare aggressività e attendismo. Ecco, questo dovremmo fare domani sera. Non dobbiamo dimostrare nulla. Significherebbe sentirsi inferiori.
Massimiliano Gallo

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