Che differenza c’è tra gli ultrà del Genoa e Delio Rossi?

Mi spiegate che differenza c’è tra il tifoso che impone al giocatore di levarsi la maglia e l’allenatore che rifila due pugni a un suo atleta? Perché mi sfugge il motivo, certamente la colpa sarà mia, per il quale gli ultrà genoani sono il male del calcio dopo aver provocato la sospensione di una partita, mentre Delio Rossi sta assurgendo a simbolo della giustizia nel calcio. Perché io, invece, nei due episodi vedo gli stessi ingredienti di base: violenza nella cornice di uno stadio. Quindi non capisco perché si biasimi il primo e si applauda al secondo.

Mi direte che Ljajic ha mancato di rispetto Delio Rossi. E che sarà pure legittimo che al mister saltino i nervi, dato il momento che vive la Fiorentina. Gira sulla rete l’indiscrezione che il giocatore avrebbe offeso il figlio disabile di un Delio mai così popolare, ma difficilmente sapremo se le cose stanno così. Tutto ciò giustifica due destri in pieno viso?

Se sì, perché mai è invece deplorevole il comportamento del tifoso. Mi sembra di rivedere le stesse dinamiche. Non è una mancanza di rispetto perdere mollemente in casa quando hai bisogno disperato di punti per la salvezza? Ai tifosi non è concesso alcun tipo di dissenso rispetto alla condotta della squadra, se non abbandonare lo stadio e disdire la pay per view?

Far levare la divisa è una mortificazione per l’uomo come al professionista”. Prenderlo a pugni non mi sembra un gesto più nobile. “Ma il calciatore è un ventenne viziato e strapagato”. Non mi risulta che gli allenatori siano indigenti.

Qui si tratta di mettersi d’accordo: se si condivide un gesto, si condivide anche l’altro. Perché sono la stessa cosa. Se sposi una certa idea di amministrazione dei rapporti nel calcio quando questi riguardano i tesserati, non si può pensare che altri non li estendano nel proprio campo. A me non piacque Genova, e non è piaciuto neanche Rossi, ad esempio.

E mi stupisce che nessuno, ma nessuno, abbia avuto da dire una sola parola di solidarietà per Ljajic, seduto in panchina con le lacrime agli occhi.

Roberto Procaccini

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