L’uomo dei coriandoli tifa per gli altri, ma per scaramanzia

Eccoci qui. Testa a Londra e gambe e cuore al San Paolo. Non poteva essere altrimenti. Contro di noi un Cagliari malandato, un Cellino provocatore come sempre, una squadra con voglia di riscatto, un Ibarbo veramente apprezzabile, un Larrivey lasciato troppo solo in area e che se ne torna a casa almeno con un pallone. Per la precisione, uno in cuoio e sei sul groppone.
La curva non è piena, ma con tanti bimbi, famiglie al completo e coppie di fidanzati. Loro si guardano il San Paolo e il riscaldamento delle squadre, noi parliamo dell’organizzazione della trasferta a Londra. Biglietto o non biglietto, noi portiamo i nostri colori sotto il Big Ben. E guai a chi ci dice che non ce lo meritiamo.
Il nostro gruppo è in formazione ridottissima, manca un sacco di gente, ma lui, lo sappiamo, arriverà come sempre un po’ in ritardo. E lo fa sempre con effetti speciali e in circostanze misteriose. Una volta l’abbiamo visto apparire in una foto come la Madonna di Fatima alle pastorelle. Spuntato da chissà dove. Come se la curva si fosse aperta e lui fosse uscito da lì, al settore 4, giusto in tempo per lo scatto del flash. Un mito. Lui, l’uomo dei coriandoli, per tutti è lo zio. Non per l’età, potrebbe essere anche per quello in effetti, ma lui è lo zio per altre vicissitudini che non sto qui a raccontarvi.
Stavolta abbiamo intuito del suo arrivo proprio grazie alla pioggia di coriandoli caduta dall’alto all’improvviso. Rigorosamente fatti con giornali, rigorosamente accompagnati da un sorriso e un “Forza Cagliari” gridato per provocazione e scaramanzia. Che ogni volta tocca dire a chi ci sta intorno e non lo conosce ancora che fa sempre così, dedica un pensiero sempre alla squadra avversaria, ma è tutto sotto controllo. E’ anche lui un malato del Napoli. Un malato storico.
Lo zio è piccoletto, ma si fa sentire. E in questa partita, credo, abbia dato il meglio di sé. Anche se vederlo piangere a Napoli-Lazio dell’anno scorso (4-3) insieme a tutti noi è stata un’emozione che non dimenticherò mai. Ma ieri aveva addosso un’irrequietezza positiva, frenetico e chiacchierone. Abbiamo anche un regalo per lui. Un pacco di coriandoli colorati, residuo di chi ha festeggiato il Carnevale con le sue bimbe. E allora è contento e all’ingresso dei nostri azzurri, li distribuiamo a tutti e li lanciamo cospargendoci interamente di colori. Ancora adesso ne trovo qualcuno a casa, usciti fuori anche dai pantaloni.
Al primo fallo subito chiede il rosso con un “Espulgilo!”, ad un Gargano sempre tenace regala un “Aggredilo!” e ad ogni pallone giocato da chiunque, azziurro o rossoblu, suggerisce “Dallo al Pocho!”. Anche quando il Pocho è ormai in panchina. Ad un certo punto, non ci giurerei, ma gli ho sentito chiamare i cagliaritani “colombiani”. Non chiedetemi il perché. I nostri sguardi increduli hanno parlato per noi. Ad ogni goal nostro un cinque gioioso, ad ogni goal loro un silenzio tombale. Ma di pochi secondi. Dietro di noi espongono un ministriscione inneggiante al Pocho e allora diventa facile bersaglio: lo si fa vedere accovacciandoci, lo si applaude, sia prima della partita che al rigore segnato. Il tutto ripetendo la frase scritta sul lenzuolo: “Lavezzi non si tocca, Pocho chiagnimm’!”. Più e più volte. Che gli sia piaciuto particolarmente o semplice ospitalità per chi era dalle nostre parti per la prima volta?! Non si sa, ma non è facile fermarlo, con il suo “Sedutiii!!!” con quelli davanti che lo guardano in cagnesco pensando che sia un neofita della curva e delle partite viste in piedi sui sediolini.
Insomma, lo zio è uno di quelli che quando non c’è, manca. E mancherà a Londra, ma porteremo allo Stamford Bridge o in un pub il suo “Aggredilo!” ed “Espulgilo!” e lanceremo i suoi coriandoli, se lo steward non ci butta fuori perché, magari, anche questo è vietato negli stadi inglesi.
In tutti i casi, a fine partita, con gli occhi per una volta seri, ma sempre sorridenti, ci dice che vorrebbe tanto esserci ed è comunque con noi.
Noi non stentiamo a crederlo e pensiamo che quando fa il sentimentale gli vogliamo ancora più bene.

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