Quel filo che lega Anna Karenina al Chelsea (Tolstoj mi perdoni)

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” . Questo il formidabile incipit di Anna Karenina.

Ed a proposito della felicità (mi perdoni Tolstoj) mi torna alle mente quella che provavamo noi ragazzi giocando a pallone. Un piacere identico per tutti.

Finita la scuola, di pomeriggio ci spostavamo al campetto. Tutti insieme. Con il superflex. Il campetto era un largo fossato in terra battuta. Polveroso. Pieno di gibbosità. Lì si poteva liberamente giocare al calcio. Fino all’ora di cena. Accerchiati da palazzoni che crescevano giorno dopo giorno… Passa. Passaaaaaa! Punizione. Auti. Enz. L’hai presa di mano. Rigore. Lo tiro io. No facciamo il tocco… Mica avevamo le divise eleganti dei ragazzini di oggi. Niente affatto. La divisa erano i vestiti normali. Le scarpe, nel migliore dei casi, quelle per l’ora di ginnastica . Eppure che belle quelle partite. Quanto era bello il campetto. E che delusione quando una mattina vi trovammo ruspe e scavatrici.

Ricordo ancora la sofferenza di quelli scarsi. Per i quali non c’era mai posto. Ognuno per un motivo diverso. Chi portava gli occhiali, chi era un poco troppo grassottello … ognuno triste a modo suo.

A proposito delle parole enz ed audi (che mi la ha ricordato Toni Iavarone). Ne ignoravamo l’origine. Erano tramandate oralmente. E ripetute a pappagallo. Per indicare il fallo di mano e il fallo laterale. Quasi mi dispiacque quando capii che esse erano semplicemente la pronuncia storpiata delle parola inglesi “hands” ( mani) e “out” (fuori) . Si dissolveva un mistero.

Così cinquant’anni fa.

Oggi i campetti non ci sono più. Ci sono però (e per fortuna) le scuole-calcio. Ma la felicità dei ragazzini che giocano è rimasta la stessa. Ne ho la riprova tutte le volte che vado a spiare Giuseppe, il mio nipotino di nove anni. Sul campetto in cemento della Cimarosa. O la domenica su metà campo del Denza. Le parole sono sempre le stesse. Sembrano aver fermato il tempo. Passa. Passaaaaaa! Punizione. L’hai presa di mano. Rigore. Lo tiro io. No facciamo il tocco… ( tranne enz ed audi che sono cadute in disuso).

La felicità è sempre la stessa. Identica per tutti.

I ragazzi che si divertono con il calcio , oggi come ieri, sono tanti . E il loro divertimento nulla ha a che vedere “ con un fenomeno stravolto da interessi finanziari colossali”. Per fortuna , direi. Per loro il calcio non “è il moderno oppio dei popoli”. E’ esattamente quello che era per me, per quasi tutti i ragazzi cinquant’anni fa. E come cinquant’anni fa quelli scarsi soffrono, ognuno a modo suo.

Anche per i tifosi la felicità è uguale per tutti. Quando il Napoli vince, si intende. Ieri sera poco più di un allenamento. Chi immaginava gli azzurri con la testa già a Londra è servito. Napoli padrone del campo. Apre le danze Hamsik con una rasoiata micidiale dal limite. Raddoppia Cannavaro con un colpo di testa sotto misura. Lavezzi brucia l’avversario e costringe Astoria all’autorete. Tutto al ritmo della partitella del giovedì. A quel punto cala la tensione. Ed i cagliaritani vanno in goal. Stacco di testa di Larrivey che trova distratto Cannavaro.

Nella ripresa stessa musica. Il Pocho, in grande forma, conquista un rigore. Lo batte. E segna, palla a destra, portiere a sinistra. Poi esce per Cavani. Il Matador batte un paio di volte a rete. E regala a Gargano la palla del quinto goal. Ancora di testa la seconda rete di Larrivey. Maggio chiude con un bel diagonale il festival del goal. Ininfluente la terza rete di Larrivey. Al Napoli, come alle grandi squadre , tutto è riuscito facile.

Ma diciamo la verità. Ieri i tifosi si somigliavano tutti. Nel senso che la felicità era molto contenuta. La testa e il cuore erano altrove. Al match di mercoledì con il Chelsea. La felicità, quella vera , diciamolo francamente è rimandata.
Guido Trombetti

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