Il confine tra spazio di libertà e schermo della viltà di chi insulta nascondendosi

Come sempre. Quando c’è maretta il Napolista mette in campo i suoi fuoriclasse. Le sue prime firme. I padri fondatori. I vati del sito. Ed eccoli a seguire Max Gallo. Fabrizio D’Esposito. Claudio Botti … Penne e teste raffinate ed eleganti. Che si leggono sempre con grande piacere. Correggono il tiro. Riportano l’ordine. Riposizionano il timone. Lo fanno con l’amore tipico di chi cerca di salvaguardare una proprio creatura. Con un uso abile e sapiente del bastone e della carota. Ed a mio avviso fanno bene. Fanno bene ad esempio ricordare a tutti noi consumatori del sito che un luogo libero è un bene prezioso. Ma perché resti tale è indispensabile che ognuno di noi consumatori eserciti un minimo, ma proprio un minimo, di autocritica e di autocontrollo. Ricordando che la propria libertà (anche di pensiero) finisce dove comincia quella altrui. La mia esperienza da quando frequento Il Napolista è stata piacevole e largamente positiva. Ho potuto scrivere e leggere di calcio da angoli visuali assolutamente assenti sulla carta stampata. E dalle trasmissioni delle emittenti locali. Che pure seguo e talvolta frequento. Ma si sa. Il calcio, diceva mia madre, è una malattia che si contrae da piccolo e dalla quale non si guarisce più. Una malattia trasversale all’estrazione sociale ed alla dimensione culturale. Claudio Botti parlando di Vittorio Dini, professore di storia della filosofia all’università di Salerno,  dice di lui “intellettuale vero e la persona meno aristocratica ed autoreferenziale che io abbia mai conosciuto”. Lo conosco e concordo. Io potrei citare il fratello. Luigi Dini. Mio professore prima ed amico dopo. Un sacerdote di straordinaria cultura e sensibilità. Anche lui tifoso azzurro irriducibile. A riprova che quello degli appassionati di calcio è un mondo, come dice Botti, dove “si parlano lingue troppo diverse per capirsi e trovare una intesa, ma si avverte tutti una inconfessabile complicità, come quella di due amanti, innamorati della stessa donna”.

Ma torno al sito. E vengo alla sua caratteristica principale. I post.

Quando scrivi su un giornale (a proposito, speriamo che l’ultima copia vada in edicola molto dopo il 2020) difficilmente qualcuno ti contraddice. Anche perché l’accesso alla carta stampata è a fortiori selezionata. Al più il giorno dopo appare un pezzo che sostiene una tesi diversa dalla tua. Ma è un pezzo sedimentato da ventiquattro ore di tempo. Rifinito. Smussato. Non è una risposta immediata. Di pancia. Magari data mentre per qualche altro motivo sei irritato.

I post non sono così. Anzi sono l’opposto. Sono risposte istintive. In genere poco meditate. Ma innanzitutto sono uno strumento cui chiunque può accedere. E quindi arricchiscono, se addirittura non costituiscono, lo spazio di libertà. Hanno però un difetto. Possono diventare lo schermo della viltà di chi insulta nascondendosi. Come quel tifoso che dalla curva lancia la bottiglietta protetto dall’anonimato della folla. E questo, inutile negarlo, non è piacevole. “Gli insulti non sono intelligenti ” scrive D’Esposito e concordo in pieno. Però feriscono lo stesso. E talvolta allontanano.

Ho fatto un sogno. Ripeto un sogno “Scrivevo un pezzo per il Napolista. Facendo un ragionamento. Migliorare una squadra forte è più difficile che farne una partendo da zero. Lavezzi è il giocatore più forte del Napoli. La squadra dipende molto da lui. E su di lui costruisce gran parte del suo gioco. Quindi se vuoi migliorare il Napoli per paradosso devi cedere Lavezzi …” Poi mi sono svegliato di soprassalto. E ho pensato meno male che era un sogno. Sai quanti post di insulti? Ribadisco era soltanto un sogno. Risparmiatemi gli insulti.
Guido Trombetti

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