I bambini di Napoli che De Laurentiis non conosce

I bambini di Napoli giocavano per strada. Indossavano magliette azzurre, tutte rigorosamente con un numero dieci stampato sulla schiena. Magliette da bancarella per la maggior parte. E non si badava troppo all’ufficialità riconosciuta da una marca o da un segno di affrancatura di originalità. C’erano pure quelli che indossavano una maglietta di cotone bianco senza scritta alcuna. Le madri ne acquistavano a quantità nei mercati: con cinquemila lire se ne prendevano almeno tre. A queste veniva spesso riconosciuto anche il grado ufficiale e solenne di “maglie della salute“: prima dell’epoca ossessiva degli aerosol e delle infarciture di medicinali a curare febbri e indisposizioni, bastava una semplice maglietta a fare da salvacondotto da ogni malattia.

I bambini di Napoli giocavano più spesso in strada. Un campo di calcio in terra battuta equivaleva invece ad una retta mensile pagata con sacrifici da genitori che chiedevano ad una semplice scuola calcio di realizzare i propri sogni: un figlio inSerie A. I rari campi di calcetto erano roba per bambini un po’ snob per i quali il pallone era una pratica ricreativa oltre che sportiva, al pari di una passeggiata in bici o di un giro all’Edenlandia. Ai più bastavano piuttosto qualche cartella o due sassi per delimitare una porta. E con l’innocua incoscienza dell’età lasciavano lembi di pelle dei gomiti o dei ginocchi sull’asfalto. Imparavano così ad aspettare il tempo che ci mette una ferita a rimarginare. Più in generale apprendevano il senso dell’attesa e che un corpo sa rammendare da solo ogni ferita. Le madri più apprensive lenivano con acqua ossigenata e mercurio cromo, ma più raramente di adesso.

I bambini di Napoli non correvano agli store ad acquistare scarpe con fregi firmati. C’erano un po’ per tutti delle scarpe di tela che facevano in fretta a consumarsi al contatto con il pallone. Le scarpe erano ciò che gli economisti dei tempi moderni definiscono un bene scarso: più di un paio una tantum non venivano acquistate. Ai bimbi che non osservavano la regola di usarne un paio per il gioco e un altro per la scuola non veniva perdonata la mancanza di attenzione. Agli schiaffi spesso seguiva l’obbligo di andare in classe con le scarpe lise e sporche.

Ai bambini di Napoli non interessava molto.

Una comunità di piccoli che costruivano grandi amicizie solo sull’intesa delle somiglianze.

I bambini di Napoli utilizzavano palloni con diverse gradazioni di rosso a seconda di quanta aria contenevano, facili alla bucatura e veloci a cambiare traiettoria nei giorni di vento. I più fortunati usavano il celeberrimo Tango, più resistente e più stabile di curvatura.

I bambini di Napoli a volte si esercitavano da soli in qualche cortile. Degli alberelli si animavano per fungere da barriera nel ripetuto esercizio ossessivo di emulazione delcalcio di punizione perfetto. Quando pioveva, con dei giornali e del nastro adesivo si fabbricava una piccola palla e durava per ore il gioco a tirare contro la porta, quella di ingresso.

Aurelio De Laurentiis queste cose forse non le ha vissute e non le ha viste. Unsediolino rosso di uno stadio da ottenere in cambio di più di 100 euro ce lo racconta.

Il costo di un calcio che cambia e di tempi che forse non torneranno. Insieme al Presidente siamo diventati grandi anche noi. Ma forse preferiremmo ritornar bambini.

Valentino Di Giacomo

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