Zoff come non è mai
stato raccontato

Calavano le ombre della sera al “San Paolo”, e, dopo un pomeriggio di allenamento, due uomini rimanevano ancora sul campo. Uno era Dino Zoff. L’altro era l’uomo che lo allenava. Dino Zoff era là, tra i pali, che continuava a lasciarsi massacrare. Un portiere o è un santo o è un pazzo. Lui era soltanto un portiere di calcio sottratto ai campi e il suo vero mestiere era la fatica. Zoff era nato contadino, a Mariano del Friuli, e gli sembrava di rubare la vita se non la guadagnava sudando. Un giorno mi disse: “Con le mani che ho, se non avessi fatto il portiere di calcio, avrei fatto il contadino”.
Su Dino Zoff, per le Edizioni Limina e col sostegno dell’Istituto per il credito sportivo, Giuseppe Manfridi ha scritto un magnifico libro (“Tra i legni. I voli taciturni di Dino Zoff”). Manfridi è uomo di teatro, drammaturgo e sceneggiatore, che già si era cimentato col mondo del calcio con “Ultrà”, testo teatrale e poi film vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, con “Teppisti”, “La partitella”, “La riserva” e, più di recente, con “Diecipartite”, dieci narrazioni sceniche ispirate a memorabili partite.
Ora, io immagino questo uomo di teatro, dalla sensibilità raffinata e dalla salda cultura, a colloquio con Dino Zoff per trarne il “materiale” necessario a scrivere un libro sul più taciturno calciatore mai esistito, il portiere che rispondeva a monosillabi alle nostre interviste, schivo com’era di ogni banalità e chiacchiera, chiuso nella sua dignità di “lavoratore del pallone” e nel pudore di ragazzone “nato vecchio”, quando venne a Napoli aveva 25 anni, insomma estraneo alle facili esaltazioni e alla retorica del mondo del calcio tant’è che quando lo definimmo “Nembo Kid” ci fulminò col suo sguardo buono di rimprovero. “Che esagerazione!” disse.
Nella premessa a questa che è più di una biografia, ed è uno splendido viaggio nel mondo di Zoff, lo stesso Manfridi confessa la fatica di Sisifo a far parlare il portierone, oggi alle soglie dei settant’anni. “L’uomo ha voluto pensarci, ha preferito interrogarsi prima di consentire che qualcuno mettesse in parole il suo mondo taciturno che è un mondo straordinariamente denso. Dopodiché, senza un esplicito sì ma per sviluppo naturale delle cose, abbiamo dato il via a una serie di incontri dal garbo a tratti rinascimentale. A chiacchierare più io con le mie domande che lui con le sue risposte”. Elementare, Manfridi. Perché si possono contare le parole che Dino ha speso nella sua vita a parlare di sé.
Manfridi si è avvicinato a Zoff perché da ragazzo ha giocato in porta, e il suo soprannome era “Zoff”, così lo chiamavano i compagni delle partite, e i suoi figli Lorenzo e Gabriele giocano in porta anche loro. Ma questo non deve essere bastato per sciogliere il “ghiaccio” del portierone che, con una parata memorabile, inchiodò sulla riga di porta il colpo di testa di Oscar, a protezione dei gol di Pablito Rossi, buttando fuori il Brasile dal Mondiale del 1982, e fu la pietra miliare della conquista del campionato del mondo, l’essenziale premessa al trionfo dell’Italia di Bearzot a Madrid.
Il libro di Giuseppe Manfridi è una storia densa in cui passano molti campioni del calcio, e portieri soprattutto, suggerendo allo scrittore paragoni suggestivi. “Se Albertosi era Pollock, Zoff era Mondrian, il primo era Bukowski e il secondo era Cartesio”. Immagine affascinante e illuminante. Dino Zoff è stato il Cartesio dei portieri. Essenziale, mai spettacolare. Un portiere che “battezzava” i tiri. Sapeva cioè dove andavano a finire e lui era là, nel punto giusto, per pararli. Con apparente semplicità. Con concretezza assoluta. E pazienza se, un giorno di giugno del 1978 a Buenos Aires, “battezzò” fuori i tiri dalla distanza di Brandts e Haan che eliminarono l’Italia finendo dentro. “Nel calcio – dice Zoff –  eccettuati uno o due casi, tutti i tiri sono in teoria parabili. Anche quei due lo erano. Le critiche che mi piovvero addosso non erano ingiustificate. In quel Mondiale non ebbi un grande rendimento. Non mi riferisco tanto alla forma fisica. La forma perfetta nasce dalla testa. Se manca quella lo percepisci subito. Senti che viene meno l’istinto ragionato. Ma è qui che si dimostra la qualità del gran portiere: nel riuscire a barcamenarsi lo stesso. Diciamo, nel gestire la poca ispirazione”. Aggiunge Zoff: “Non ho mai dato peso ai miracoli dei portieri. Spesso un miracolo serve a mascherare un errore. I tiri da lontano? Quando il pallone parte da troppo lontano è difficile capire subito in quale punto preciso della porta arriverà. Basta un’incidenza minima dovuta al vento, all’effetto, o magari a una deviazione da nulla, e la forbice fra la traiettoria che hai calcolato e quella reale si apre al massimo. Scattare troppo presto può essere un errore. Se però ritardi e il tiro entra, possono dirti di tutto”. Figurarsi oggi col maledetto  “Jabulani”, il pallone leggero e traditore esecrato dai portieri di tutto il mondo.
Nel libro di Manfridi c’è tutta la “verità” di un portiere di calcio, nelle “lezioni” che, senza alterigia e nessun vanto, il saggio Dino Zoff dispensa allo scrittore. Il libro non è prezioso solo per questo, nella rivelazione del mestiere di portiere mai ascoltata prima. Il libro è un viaggio profondo nella vita di Dino, dalla campagna di Mariano del Friuli, dalla gente goriziana, dai primi tuffi “fra sterpi e sassi” e dalla polenta di mamma Anna al calcio sognato quando Dino aveva dodici anni e non c’era la televisione, c’erano solo i racconti dei giornali e le figurine dei calciatori, e poi il lungo cammino di portiere di calcio, Mantova, Napoli, Torino e quella maglia della nazionale, grigia e con i bordi azzurri, campione del mondo a quarant’anni.
E’ un libro nutrito di continui riferimenti letterari, leggeri ma incisivi, che arricchiscono la narrazione elevandone il tono. Nella splendida cornice, uno Zoff mai raccontato prima. Uno splendido libro sul calcio e su uno dei suoi protagonisti che ne hanno scritto la storia.
Mimmo Carratelli

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