Non invitatemi più
a pranzo la domenica

Sabato sera, mentre non sapevo se gioire per la sconfitta del Milan o  preoccuparmi per l’avvicinamento della Roma, sono venuto a conoscenza, non senza apprensione, che la domenica eravamo ospiti a pranzo in casa di amici.
– Sei pazza! E a che ora prendiamo il treno per Roma?
– Che c’entra Roma?
– Come che c’entra.Visto che tu non hai più l’età ed io non ho le fattezze  per un invito ad Arcore, l’unica persona alla quale non potevi dire di no è la signora Clio.
Di la verità, siamo a pranzo al Quirinale? Ma lo sai che la mia domenica  calcistica comincia poco dopo mezzogiorno perchè DEVO secciare la Lazio. E poi alle tre come faccio in casa d’altri a seguire anche la partita della Juve che DEVE perdere a Chievo?
Alla fine ho capitolato,anche per ripagarla del fatto che la sera precedente  ero riuscito a trascinarla ad una cene con gente solo apparentemente normale: in realtà era un raduno di invasati tifosi azzurri. Lei, che le rare volte che  guarda una partita in tv, immancabilmente mi chiede:-Ma noi da che parte dobbiamo segnare?
Così, dopo mille raccomandazioni,verso mezzogiorno, ci avviamo verso casa dei nostri ospiti. Arriviamo proprio mentre il tanque Dennis segnava il gol del pareggo.
Sono riuscito a reprimere l’urlo, ma non ho potuto trattenere un gesto inequivocabile che ricordava il ciuccio in amore e indirizzato a Reja  inquadrato in quel momento. Al vantaggio della Lazio ho emesso solo un lamento da bestia ferita. Quando poi Di Natale ha buttato la palla fuori, interrompendo  un’azione in contropiede dell’Udinese, l’ho mandato a quel paese prima che lo  facesse il suo portiere gridando:
– L’anno scorso ha segnato un gol al Napoli con un nostro giocatore a terra infortunato.
In quel momento  nella testa di mia moglie è balenato il pensiero che forse aveva fatto un madornale errore ad accettare quell’invito a pranzo.
Un pranzo che filava via veloce come neanche alla mensa militare con i commilitoni che spingono per occupare il tuo posto a tavola.
Quando in tv con l’audio rigorosamente abbassato è passato in sottotitolo il gol di Quagliarella al Chievo, uno zitone al ragù è schizzato via sulla tovaglia  immacolata, mentre la padrona di casa accennava un sorriso compiaciuto. In realtà avrebbe voluto infilzarmi i rebbi della forchetta sul dorso della mano. Per l’inizio della ripresa eravamo già seduti in salotto per il caffè e,cosa  importante con l’audio alzato, anche se non ho avuto il coraggio di chiedere la telecronaca di Auriemma. Mi mancava l’odore del cuoio del mio divano. Fino a quel momento ero riuscito a costipare anche le esternazioni riguardanti la parte femminile  della famiglia di Zuniga. Ma quando Gravembauer ha salvato un gol sulla linea, mia moglie, per impedirmi di saltare, mi ha stretto un ginocchio in una morsa  ferrea, dimostrando una forza che non le riconoscevo. Avrebbe dovuto sapere che è impossibile fermare uno tsunami. Anzi doveva essere consapevole che più arretrava la risacca, più sarebbe stata  devastante l’onda d’urto. Data la tensione, il pareggio del Chievo passava quasi inosservato, con mia moglie che tirava un sospiro di sollievo.
Cavani riceveva una palla in profondità, sembrava quasi che avesse sbagliato lo stop perchè il passaggio troppo forte lo costringeva ad un innaturale  arretramento. Se al centro ci fosse stato un qualsiasi altro giocatore l’azione sarebbe finita lì. Ma a ricevere quella palla c’era l’altro figlio di Dio fattosi uomo.
Il Matador lasciava partire un missile terra-aria che tracciava una traiettoria  balisticamente perfetta che scardinava definitivamente i miei già vacillanti  freni inibitori. Non so come, ma sono riuscito a non rompere niente, anche  perchè le signore, molto previdentemente, avevano provveduto a sgombrare  il campo da suppellettili contundenti. L’urlo no. Fra l’imbarazzo di mia moglie non ho potuto reprimerlo.
Quando mi sono ripreso dallo shock anafilattico, ho cercato di biascicare qualche scusa ma in realtà non sentivo neanche che cosa dicessero.
Avevo lo sguardo pallato come Paperon de Paperoni. Solo invece che il simbolo del dollaro, avevo negli occhi due numeri tre. 33, i punti del  Napoli in classifica. Mazzarri doveva ringraziare i suoi Re Magi: Cavani, De Sanctis e Grava, che gli avevano portato in dono la vittoria.
Quanto a me, ero pronto a qualsiasi sfuriata da parte di mia moglie, che  quando ci siamo congedati si è limitata a guardarmi come una merda che si è appena evitata di pestare sul marciapiedi dicendo:
-Questa è l’ultima volta che andiamo a casa di qualcuno!
Dopo quest’allettante promessa non mi sono sentito di dirle che in fondo era un poco anche colpa sua. In fondo è stato come chiamare il Dr Hannibal Lecter a fare da baby-sitter ad una bambina grassottella.
Vorrà dire che il regalo di Natale che le dovrò fare sara direttamente proporzionale alla figura di niente che le ho fatto fare.
Buon Natale a tutti.
Pasquale Di Fenzo

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