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Enzo Bearzot,
il Vecchio con la pipa

E’ morto a Milano, nella sua casa in zona Vigentina, Enzo Bearzot, campione del mondo 1982 in Spagna, per 88 partite sulla panchina della nazionale, un record, di poco superiore a quello di Vittorio Pozzo. Bearzot aveva 83 anni.
Era un Vecchio che ascoltava i dischi del jazz e fumava la pipa. Spese la sua vita sui campi di calcio e portò il ricordo di una sola umiliazione: un tunnel di Sivori. Disse: “Ma quello faceva col pallone cose che non si possono insegnare”. Nacque in un paese di montagna del Friuli. Diceva: “Siamo gente di contropiede. Chiusa, riservata, timida, abituata a difendersi, però sempre col lampo di una rivincita”. Era scolpito con l’accetta. Alto, angoloso e spiritato. Il viso lungo e un naso da pugile. Aveva mani nervose e un sorriso imbronciato ma con squarci improvvisi di una risata nervosa e felice che gli suscitava rughe su tutto il volto. In bocca, una eterna pipa da fumare.
Questo era Enzo Bearzot, un uomo riservato e schivo che si aprì con pochi amici. Vide e giocò tanto calcio che, quando smise, poté insegnarlo. Ebbe idee precise, l’autorità giusta del maestro e una rara onestà di mente e di cuore. A molti non piacque: scambiarono per arroganza la sua timidezza, per presunzione il suo lavorare in silenzio. Ebbe molti nemici perché fece la sua strada senza compromessi e conquistò l’animo e la fiducia di un gruppo di ragazzi con i quali, in una notte madrilena, arrivò in capo al mondo.
Era vecchio non perché avesse molti anni, ma perché la sua faccia era segnata dalla fatica, s’era indurita prima del tempo e i capelli diventarono radi, ed ebbe una fronte rugosa. Dei vecchi ebbe una dolcezza dentro al cuore che per pudore non mostrava.
Era il 1976 e andò nel Nuovo Mondo col progetto della sua prima nazionale. Le amichevoli furono una delusione. Allora disse ai ragazzi: “Abbiamo perduto, ma abbiamo creato qualcosa di nuovo. La strada mi sembra buona, solo i risultati ci hanno condannato. Serve tempo per insistere e ne vale la pena. Se i risultati non arriveranno io rischierò di più, ma un prezzo lo pagherete anche voi”. In quella prima compagnia azzurra c’erano il ragazzo più veloce di Lucca, Marco Tardelli, il tripolino Claudio Gentile, il fiorentino magico Giancarlo Antognoni, il barone Franco Causio e Ciccio Graziani di Subiaco. E aveva in quella compagnia un compaesano brontolone col nome come un soffio, Zoff. I ragazzi dissero: “Andiamo avanti così, siamo con te”. E così fecero una lunga strada insieme e altri si aggiunsero alla carovana. Prima si aggiunsero Gaetano Eleganza Scirea, il cremonese Antonio Cabrini bello come un attore di fotoromanzi, Bettega cabeza blanca e lo scricciolo di Prato Paolo Pablito Rossi. Poi si aggiunsero il brasiliano di Roma Bruno Conti, Collovati, un giovanissimo Bergomi, Oriali, Spillo Altobelli. Questi e quelli camminarono insieme dieci anni con l’uomo della pipa. Stupirono e conquistarono il mondo.
Il Vecchio diceva: “Io ho bisogno della mia solitudine. Siamo fatti così in Friuli. Apparire non mi piace. E faccio cose semplici: strimpello l’organo, raccolgo francobolli e statuette”. Il Vecchio e i ragazzi partirono per le terre del tango. Lui disse: “C’era con noi Bettega al quale era caduta la neve sui capelli molto prima del tempo. Avevo tre, quattro guerrieri, avevo Mauro Bellugi difensore veloce come il lampo, e avevo il barone, il fiorentino delizioso, Gaetano l’elegante, e ci aggiunsi il bel cremonese e Pablito. Fu il più bel viaggio che facemmo. Marco Tardelli mi teneva compagnia in certe notti insonni. Fu come una orchestra jazz. In Argentina fummo una bella orchestra, e non ne ho avuta una uguale dopo, neanche quando andammo in Spagna e vincemmo la coppa”.
Così raccontava, Bearzot, i Mondiali del 1978 in Argentina e del 1982 in Spagna. “In Spagna soffrimmo moltissimo. Nessuno aveva fiducia in noi e combattemmo da soli. In Galizia fece freddo. Fu salutare per prepararsi e andammo più vigorosi nel caldo di Barcellona e di Madrid. Ci chiudemmo a riccio contro tutti e questo rafforzò il gruppo e la voglia si smentire quelli che ci davano addosso”.
Disse ancora: “Andammo alla partita contro gli argentini di un prestigiatore immenso, una banda di guerrieri con quel loro ragazzo d’oro, il grande Diego. Ma ci andammo senza paura. L’orchestra suonò fino in fondo e fu una musica mondiale. Facemmo uno scherzo memorabile ai brasiliani infilati tre volte da Pablito che era rinato dalle malinconie galiziane. Gentile annullò prima Maradona e poi Zico. S’era fatto crescere la barba per mettergli paura. Al dunque ci furono i tedeschi. Ma ormai non ci avrebbe fermato più nessuno. Dissi ai ragazzi: ricordatevi che la velocità è più importante delle potenza. Può darsi che i tedeschi vi riempiano di lividi, ma prima devono prendervi. Non ci presero”.
Ho sentito tante volte questi racconti del Vecchio. Al tempo della Spagna aveva 55 anni. Fu la volta che due friulani piansero di gioia, il Vecchio di 55 anni con la pipa e il vecchio portiere di 40 anni, Dino Zoff. Vinsero il Mondiale e poi giocarono a scopone contro il vecchio presidente Pertini sull’aereo che li riportava da Madrid a Roma. Il presidente giocò in coppia con Zoff contro Bearzot e Causio. Il barone fece una furbata e il Vecchio e il barone vinsero la partita. Pertini si infuriò.
Quando Bearzot lasciò a fatica la compagnia dei suoi ragazzi se ne tornò sui monti di Auronzo e andava al mare di Lignano per combattere gli acciacchi dell’età. La solidarietà di cuore con i suoi campioni del mondo era naufragata quattro anni dopo la Spagna, in Messico. “L’allegria finì e finì la musica e tutti ce ne andammo. Ma abbiamo fatto concerti magnifici, siamo stati una magnifica band e Bruno Conti è stato il nostro sassofonista. Poi lo spartito è cambiato e sono venuti gli schemi. Ma ha ragione Liedholm: gli schemi sono belli, bellissimi in allenamento. Senza avversari riescono tutti”.
Per lungo tempo ci rimase la nostalgia del Vecchio. Si rintanò nella sua abitazione a Milano. Ci sentivamo per telefono. Ci dettò una volta la sua formazione italiana ideale: Combi; Rosetta, Parola, Paolo Maldini e Maroso; Biavati, Meazza e Valentino Mazzola;  Rivera; Piola e Colaussi. Un 4-3-1-2 secondo quegli schemi che non sopportava. Ma era una nazionale di talenti e al diavolo lo schema. Avrebbe voluto aggiungerci Valerio Bacigalupo, che aveva giocato nel Grande Torino. Il Vecchio era stato granata negli anni Cinquanta per nove campionati assorbendo la leggenda di Superga. Poi fece i nomi di Caligaris, Facchetti, Giovanni Ferrari, Baggio, Pirlo, Riva. I suoi ragazzi li tenne da parte, col solito pudore. Poi disse: “Di Stefano è stato un grandissimo, capace di coprire tutti i ruoli. Maradona è il calcio. L’intelligenza calcistica di Schiaffino era immensa. Pelè non ha giocato in Europa, giudizio sospeso. Van Basten è stato irresistibile negli ultimi venti metri. Non posso non citare Cruyff e Platini, e la creatività di Zidane che mi sembrava un gattone che giocava col gomitolo quando aveva il pallone tra i piedi”.
“Il mio cuore è Toro” diceva ricordando la grande squadra granata del dopoguerra. “Avevo 21 anni e giocavo nell’Inter e vidi il Grande Torino a San Siro contro i nerazzurri, l’ultima partita dei granata prima di Superga. Tre giorni dopo, quando arrivò la notizia del disastro aereo, ero nella sede interista di via Olmetto, dove vivevamo noi ragazzi, e scoppiai a piangere. Andammo in pullman a Torino per i funerali e fu uno strazio che mi mette ancora i brividi addosso”.
Tra serie A e serie B, Bearzot giocò 422 partite. Era un mediano classico. Ha allenato la nazionale per dieci anni, dal ’76 all’86. Gli è stata sempre vicina la moglie Luisa. Amava ricordare che l’aveva conosciuta nel 1948 a Milano sul tram numero 3 che percorreva corso Italia. L’amore di tutta una vita. “La mia badante” diceva il Vecchio negli ultimi anni. “E pazienza se non mi lascia più fumare”.
Mimmo Carratelli

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