Quel Pelusa nato di domenica

E’ nelle librerie “Caro Diego …”, il volume di Mimmo Carratelli per i 50 anni di Maradona (420 pagine, Vele Bianche Editori), un omaggio al campione inimitabile. Ecco alcuni brani del primo capitolo.
“I primi giorni del Pelusa. Ti chiamavano così per l’esagerata peluria in testa, l’annuncio dei riccioli da scugnizzo, primo figlio maschio di mamma Tota e papà Chitoro. 30 ottobre 1960, una domenica. In quale altro giorno potevi nascere se non nel giorno di festa dei tuoi gol e delle tue piroette? Un vagito forte e chiaro alle sette e cinque del mattino. Quella prima casa a Villa Fiorito, periferia sud di Buenos Aires. Strade di terra battuta e, forse, un’abitazione senza luce e gas, e c’erano tante sorelle. Nonna Salvadora fumava la pipa.
Papà Chitoro si era appena trasferito a Villa Fiorito da Esquina, nella provincia di Corrientes, dove aveva una barca e pescava i dorados. In casa bazzicava zio Cirillo che aveva fatto il portiere di calcio nella Estrella Roja di Villa Fiorito. Come l’avesse fatto, non si sa. Lo chiamavano “il tappo”. Anche papà Chitoro aveva giocato al calcio, ala destra a Esquina.
Quando cominciasti a camminare, molto presto, tirasti calci alla prima palla, un regalo di tuo cugino Alberto Zàrate, detto Beto. Ti piaceva andare a vedere passare i treni e rubare zucche nell’orto del vicino. In quelle strade in terra battuta di Villa Fiorito, in quelle vie Azamor e Mario Bravo, facesti i primi dribbling. Tutti i ragazzini del quartiere sognavano di diventare un giorno come Hector Yazalde che abitava vicino Villa Fiorito ed era un asso dell’Independiente. A scuola ti piaceva la matematica e tutti dicevano che, da grande, avresti fatto il ragioniere. Poi ti bastò un solo numero, il 10, per essere il più grande.
C’era una grande povertà a Villa Fiorito, ma anche una grande allegria. Giocando a palla, facevi una smorfia curiosa: tenevi la lingua fuori dai denti come se avessi voluto assaporare il gioco e la vita.
Papà Chitoro ti portava a vedere il Boca. Prendevate il tram e andavate alla Bombonera, due posti nella curva nord. Due giocatori ti incantavano. Uno era Angel Clement Rojas, finta malandrina nei fianchi, che andava in gol come un ballerino. L’altro era Pianetti. Lo chiamavano “Pocho” e, dentro le scarpette, aveva una carica di dinamite. Ma il tuo idolo abitava a Villa Fiorito. Era un ragazzo come te, si chiamava Goyito Carrizo. Nessuno, nel quartiere, era più bravo di Goyito col pallone. Ma Goyito diceva che il più bravo eri tu. Lo diceva a tutti: “Il più bravo del quartiere è il Pelusa”.
Goyito andò a fare un provino con le “cebollitas” dell’Argentinos Juniors. Ce lo portò un impiegato di banca quarantenne, don Francisco Cornejo, che girava per le periferie a fiutare il talento nascosto dei ragazzini che giocavano al pallone per le strade. Goyito dice ai dirigenti dell’Argentinos: “C’è un ragazzino più bravo di me a Villa Fiorito. E’ il Pelusa”. Febbraio 1992. Tu eri al mare in Patagonia a pescare quei piccoli pescecani che sono i “tiburon”. In una saletta Rai di viale Mazzini a Roma, assistevo al montaggio del documentario voluto da Gianni Minoli per “Mixer”, realizzato da Enrico Deaglio con la telecamera di Roberto Pistarino. Il documentario aveva questo titolo: “Maradona, le gambe che hanno sconvolto il mondo”. Nella suggestione di una pellicola incerta, ti vidi bambino, tu e un pallone naturalmente. In bianco e nero. A Villa Fiorito. Ai tempi che andavi a scuola al Remedios de Escalada de San Martìn. Ti vidi palleggiare nel cortile di terra battuta di casa tua. Una casa di mattoni dopo che eri stato in una casa approssimativa di lamiera e legno. Ti vidi col tuo amico Negro che fabbricava e faceva volare aquiloni. Ti vidi palleggiare con l’arancia della leggenda.
Magrolino e con le gambe buone. Mamma Tota non ti faceva mancare la bistecca. Perché eri il primo maschio. Ana, Kity, Lili, Mary e Caly, le tue sorelle, avevano un cibo più leggero. Poi vennero i fratelli Raul detto Lalo e Hugo, “il turco”. Ma sempre la prima bistecca era per te. Erano i tempi che papà Chitoro aveva smesso di fare il barcaiolo a Esquina, abbandonando le chiatte da trasporto di don Lupo Galarza, e lavorava dodici ore al giorno, dalle quattro del mattino, al mulino Tritumol, una industria chimica che triturava ossa.
Dicesti un giorno: “A me la pelle dura è venuta per quello che ho vissuto a Villa Fiorito”. Infinite partite sul campaccio di terra di Las Siete Canchitas con i tuoi amici Goyo Carrizo e Montanita.
Quando Goyo disse ai dirigenti dell’Argentinos Juniors che tu eri un fenomeno, a nove anni, quelli gli dissero: “Porta il fenomeno con te”. Quelli erano don Francisco Gregorio Cornejo, il talent-scout di strada impiegato al Banco Hipotecario Nacional di Buenos Aires, e il suo aiutante José Emilio Trotta che era per tutti don Yayo. Erano i responsabili delle “cebollitas” dell’Argentinos Juniors, una banda di ragazzi del ’60, la tua età. Ci volevano due autobus per arrivare a Las Malvinas, il campo d’allenamento dell’Argentinos. Ci andasti in un giorno di pioggia con altri ragazzini che arrivarono sul camioncino di don Yayo. Avevano tutti un soprannome. Osvaldo Dalla Buona era Veneno, Oscar Trotta lo chiamavano Pando, Daniel Ojeda era il Chino, Claudio Rodrigez era il Mono, la scimmia, e Delgado lo chiamavano La Polvere. Eri il più piccolo. Di una cosa si accorsero tutti: di piede, eri mancino. Disse Cornejo: “Vedo che il destro ti serve solo per camminare, ma a questo porremo rimedio”. Poi disse a un amico: “Il nano è veramente un fenomeno. L’ho capito dopo dieci minuti vedendolo giocare. Si muove con una grazia e un’autorità fuori dal comune per uno della sua età”.
Ti presero nelle “cebollitas”, la squadra dei più piccoli fra le formazioni giovanili dell’Argentinos. Una ne combinasti subito, a dieci anni. Alla domenica facevi il raccattapalle per la prima squadra ed eri allo stadio per Argentinos-Boca. Nell’intervallo della partita ti impossessasti di un pallone sotto gli occhi di don Yayo. E cominciasti uno dei tuoi palleggi infiniti, sinistro, testa, spalla, l’esterno della coscia, ginocchio. Il pallone non toccava mai terra. Ti seguivano dagli spalti. Le squadre ritornarono in campo, ma la gente aveva occhi solo per te. Gridava: “Olè, olè”. Stavi palleggiando da un quarto d’ora e la partita doveva riprendere. La folla invocava: “Rimani, rimani. Ancora, ancora”. Non poteva durare, la partita doveva riprendere. Facesti un colpo di tacco e col sinistro già magico indirizzasti il pallone a don Yayo che lo prese e ti sorrise.
Eri il beniamino dei tuoi compagni. Lo sei sempre stato per la tua lealtà. Hallar, “il turco”, minacciava di prendere a pugni tutti quelli che non ti passavano la palla. Il magazziniere Miguel Di Lorenzo ti volle bene come a un figlio. “Que pasa, Galindez?” gli dicevi. Lo chiamavi Galindez perché somigliava proprio al famoso pugile argentino. Le “cebollitas” battevano a ripetizione quelli del River. Nell’ultima partita, prendesti d’infilata sette avversari, tutti dribblati. Avevi 13 anni. Il presidente del River offrì due milioni di pesos per averti. Papà Chitoro disse: “Diego è felice dov’è”. Ti accompagnava agli allenamenti. Dovevate prendere quei due autobus, il 49 e il 28, per arrivare a Las Malvinas o al Parco Saavedra dove si allenavano le “cebollitas”. Sul secondo autobus, papà Chitoro s’addormentava. Aveva appena finito di fare le sue dodici ore al mulino Tritumol. L’Argentinos ti fittò un appartamento al numero 2746 di Calle Argerich. Ci stavi bene con mamma Tota, le sorelle non sposate, i tuoi due fratelli. Facesti dipingere la tua stanza tutta d’azzurro, il colore della squadra della città che ti avrebbe amato più di tutte. Mettevi i dischi di Julio Iglesias e di Valeria Lynch. C’era una chiesa che ti attirava, quella della Vergine Bambina. Andavi sempre a Villa Fiorito a guardare la tua vecchia casa di mattoni e a far baldoria con gli amici del quartiere, con zio Cirillo e il cugino Beto che abitavano sempre là.
Con la scuola chiudesti al terzo anno delle commerciali. Era il 1976. In calle Argerich abitava la famiglia del tassista Coco Villafane, con la moglie donna Pochi e la figlia Claudia. La ragazza ti mangiava con gli occhi. Tu facevi finta di niente. Poi una sera di ottobre la invitasti a ballare. Ci andaste con la tua Fiat 125 rossa. Vi innamoraste mentre girava un disco di Roberto Carlos”.
<strong>Mimmo Carratelli</strong>

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