In ufficio a Roma entro da trionfatore

Via del Plebiscito ore 9.00. Sì, è vero, lavoro tra via del Corso e palazzo Grazioli. A due passi dalla residenza-ufficio del Cavaliere, ma questa è un’altra storia.
Il primo che incontro è Marione, titolare dell’edicola, ogni giorno dalle cinque al suo posto di lavoro: “Mariò allora c’avite fatto aiere?” e mi si apre un sorriso grande così. Lo dico proprio in questo modo, in napoletano. Io che ogni lunedì mattina, alla richiesta, “Mattino e Gazzetta per favore” mi sento rispondere. “Che avete fatto ieri? Perso? Mannaggia”.
E invece no. Occhi luminosi e un sorriso sornione, nessuna risposta, ma io non mi fermo li: “Ti mando un caffè Mariò”. Lui non ha proprio voglia di rispondere.
Cesare è il portiere dello stabile, laziale. Ci guardiamo con un sorriso complice che nemmeno ve lo dico: “stanno a rosicà tutti – mi racconta – anche l’inquilino del terzo piano che l’anno scorso mi chiedeva: ma ce la fata a sarvave?” che in slang capitolino significa riuscite a salvarvi? Ed io tifavo per Reja ed in seconda battuta anche per la loro salvezza.
Stendete il tappeto rosso miei colleghi sto arrivando. Ma non come fanno loro che quando vincono si presentano bardati di giallorosso o con la sciarpetta laziale. In modo più sobrio ma forse più cattivo: salutando tutti con grandi salamelecchi e sorrisi a piena dentatura.
“A Stefano oggi nun è aria” chiosa immediatamente Vincenzo, figlio romano e romanista di genitori napoletani. “Ti capisco, Cenzì quando vuoi ti offro un caffè e ne parliamo”.
Io, da trionfatore a consolatore. Ma come sono contento!!!
Adriano, quello che è rimasto ancorato alla radiolina e le partite della Roma non riesce a vederle in tv entra bonariamente e sorridendo, amaro. “Stefano bella partita, complimenti. Se non  fosse stato per quello str… di Ranieri che ha tolto Menez ora parlavamo di un’altra partita”. Ed io mormorando “e se mia nonna aveva il trollo lo chiamavamo il nonno”. “Cosa?” “No niente, niente. Hai ragione, ha proprio sbagliato” e l’orgoglio sale ancora di più. “Dai andiamo a prenderci un caffè” e sono tre.
E così Luca, Francesco, Michele lo juventino felice per il suo 0-0. Alle 10.15 non ce la faccio più, mi affaccio su piazza Venezia e senza volerlo le due braccia smettono di essere poggiate sulla ringhiera del balcone e si poggiano sui fianchi all’altezza della cintura guardando piazza Venezia.
Napoli caput mundi, Roma secundi.
di Stefano Romano

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