Lo stadio non tifa più, giocatori senza cori

Che strano, e che triste, il tifo del terzo millennio. Per chi non se ne fosse accorto a Napoli è in corso una crisi profonda che non riguarda tecnico, giocatori e società, ma i supporters. Da anni non solo siamo tornati nella massima serie, ma ci figuriamo con una certa dignità, togliendoci soddisfazioni su soddisfazioni contro le cosiddette Big e affermandoci in medio-alta classifica. Il san Paolo, quasi sempre gremito, anche se non è più un fortino per un Napoli che va meglio in trasferta, rimane una bolgia. Ebbene, qualcuno ricorda uno straccio di canzone per uno solo dei giocatori protagonisti delle ultime stagioni?
Chi scrive è frequentatore abituale della Curva B, quindi solo di questa ha esperienza diretta. Non sa come vadano le cose nei Distinti o nelle Tribune, mentre di quanto accade in Curva A gli arriva solo l’eco lontano. Questo però non è necessariamente un limite: la Curva B, d’altronde, è per il Napoli la culla del tifo, così come la Grecia per l’occidente è quella della cultura e la Gran Bretagna quella  della democrazia.
Volendo allargare il discorso, all’origine di tutto c’è il definitivo passaggio a cavallo dello ’00 dal concetto di ‘tifo organizzato’ a ‘movimento ultras’. Da quando i gruppi delle curve d’Italia si sono in qualche modo istituzionalizzati, nel senso che sono diventati attori sociali in dialogo (o meglio in lotta) non solo con i propri omologhi ma anche con gli apparati dello Stato, l’idea stessa di tifo è cambiata. Militarizzati gli ultras, il tifo inteso come folklore e divertito supporto alla squadra si è contaminato con elementi combattenti e più propriamente militanti.
Non è facile dire questo processo quando sia iniziato e quando sia arrivato a maturazione, a livello nazionale come a livello locale. Probabilmente le radici del fenomeno risalgono agli anni ’70. Ma non è questa la sede per una disanima social-antropologica del fenomeno tifo nel nostro Paese. Quello che qui più importa è che a Napoli il passaggio da ‘ultrà’ a ‘ùltras’ (chi ne capisce sa che lo spostamento dell’accento e una consonante in più rendono il concetto) si è concretizzato in concomitanza del trapasso a miglior vita giornalistica di Gennaro Montuori, in arte Palummella.
Il punto fondamentale è che, mentre in altre città pur sotto una retorica battagliera e anti-sistema si continua a fare un tifo incessante e coinvolgente, il san Paolo è in stato catatonico. Tolti i primi cinque o dieci minuti della partita, quando l’adrenalina è alta e gli accorsi allo stadio sono più inclini al canto, per il resto dell’incontro solitamente vige il brusio di migliaia di persone che parlottano; nei momenti di nervosismo, bordate di fischi e urla, in quelli di entusiasmo altrettante urla (questa volta di gioia) e coretti spontanei.
Perché i gruppi organizzati (in Curva B Ultras e Fedayn) non sono più capaci di coinvolgere le masse. A tratti non sono neanche interessati a farlo, interpretando il proprio ruolo in maniera elitaria. Si compiacciono dei tributi ai diffidati e dell’apologia della famigerata ‘mentalità’ del curvaiolo. Lesinano poche strofe per la squadra in quanto tale, mentre hanno bandito il sostegno al singolo giocatore (perché si sa, è mercenario: conta solo la maglia). Mentre in Curva A c’è un’adesione più massiccia e, a quanto mi dicono, una certa incentivazione (a volte anche energica) al canto  per i più pigri, in B, dove la coesione è minore, il tifo diventa una faccenda per pochi intimi. E vince il silenzio.
Peccato. Senza voler arrivare alla nostalgia, c’è da riconoscere che Palummella in questi quattro anni avrebbe scritto tomi e tomi di canzoncine su Lavezzi, Gargano e Hamsik. Canzoncine che sarebbero entrate nella testa delle persone come tormentoni e che avrebbero fatto cantare migliaia di gole.
In altre tifoserie, come si è già detto, pur nella battaglia contro la tessera, il Ministero degli Interni e le forze dell’ordine, si trova ancora il tempo per esaltare squadra e beniamini in un clima che invoglia anche le massaie di Voghera a partecipare al tifo. Noi, invece, ci dobbiamo accontentare dei "Pocho! Pocho!" disordinati e fugaci che i volenterosi riescono a mettere insieme.
<strong>Roberto Procaccini</strong>

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