La mia vita passata
a chiedere chi fosse Diego

Tempo fa alla "Scala del Calcio", stadio G.Meazza di Milano,andò in scena la "Madre delle Partite", Inter-Barcellona. Gli ospiti, la squadra più forte e titolata degli ultimi tempi, schieravano col numero 10 Lionel "Leo" Messi, Pallone d’Oro, più volte accostato ai Campionissimi di tutti i tempi, vedi Di Stefano, Johan Cruijff ma soprattutto, vuoi per nazionalità, vuoi per squadra, vuoi per numero a Diego Armando Maradona. Ora, la domanda che in tanti ci poniamo è: "Possibile che questo ragazzino che nella semifinale di Champions League non ha visto palla sia paragonato a chi, nei racconti di milioni di persone, aveva qualcosa di sovrumano, riconducibile al divino, palla al piede? Ecco, è la figura di questo ragazzo classe ’60, nato a Lanus, di cui voglio parlare e per farlo, cito gli Stadio,  uno dei gruppi più importanti degli ultimi trent’anni di musica leggera italiana: "Chiedi chi era Diego". Sono nato nel 1987, anno del primo scudetto del Napoli. E la mia generazione ha probabilmente il grande rammaricco di non averlo avuto mai potuto godere a pieno.  A 2-3 anni si sa, è difficile seguire il calcio. Per noi la domanda per genitori, zii, nonni, amici, addirittura maestri e professori, era sempre la stessa : "Ma era davvero tanto forte questo Maradona?" Il viso si modificava, l’umore cambiava completamente, il volto assumeva un aspetto fiero ma allo stesso tempo sognante, o forse malinconico pensando a periodi che purtroppo, negli ultimi vent’anni, son sembrati cosi lontani. Beh, magari, chi, come qualunque ragazzo nato alla fine degli anni ’80, ha cominciato a seguire il Napoli dei vari Prunier, Crasson, Pedros, Calderon (non me ne vogliano i "giocatori" qui nominati, se ne sarebbero potuti citare altri cento), ha sicuramente sofferto ma non può mai rimpiangere tempi migliori, mentre chi ha potuto vivere l’escalation di numeri 10 da Diego a Zola prima, Carbone poi, Beto fino ad arrivare ad Igor Protti, probabilmente avrà provato un senso di frustrazione clamoroso. Maradona, mi dicono, ha accomunato il ricco di Posillipo al poverissimo dei quartieri, è riuscito a far quello che probabilmente nessuno era riuscito a far prima, rendere tutti fieri di portare in giro la propria napoletanità per l’Italia e, perché no?, anche per l’Europa. Esser nati negli anni che vanno dal 84 al 91 vuol dire avere nella propria comitiva di amici almeno un Diego, un omaggio che tanti napoletani riconoscenti hanno voluto fare al Signore del Calcio. In questi tempi di Casms, Osservatori, divieti, sembra incredibile, ma allo stesso tempo favoloso, vedere il settore ospiti, in qualunque stadio giocasse il Napoli, stracolmo. Parlando con mio padre, tifoso sfegatato del Napoli, da sempre frequentatore del San Paolo e spesso e volentieri "trasferista", immagino quei tempi e paragono il Napoli al Barcellona di cui sopra. Il San Paolo come il Camp Nou. Niente cori contro polizia, minacce all’avversario, ma solo quell’attesa febbrile della partita che partiva dalla domenica mattina e culminava in uno stadio già gremito a tre ore dalla partita. Ho sentito racconti di "Marenne" consumate al San Paolo, interminabili partite di Tressette in attesa che le squadre uscissero per il riscaldamento. Il boato che accompagnava ogni minima giocata di qualunque azzurro, quell’incitamento continuo che sembra impensabile in un periodo in cui parcchie tifoserie son solite fischiare al primo errore dei propri atleti. Un’unica famiglia, come cantava un biondo Nino D’Angelo nel famoso" Ragazzo della Curva B", che il sottoscritto avrà visto dalle 5 alle 10 volte per farsi un’idea migliore di quello che si è perso, che saltava, gioiva e ascoltava le radioline aspettando un passo falso del Milan, dell’Inter, della Juventus che avrebbe portato il Napoli in vetta alla classifica. Avrò visto centinaia di volte il video di Napoli-Fiorentina 1-1 in cui un ancor tonico Giampiero Galeazzi dà l’orario esatto al momento in cui il Napoli entra nella storia vincendo il suo primo scudetto. Qualche tempo fa, in alcune vecchie scatole, mi è capitato di trovare delle cassette sulle quali erano registrate tutte le puntate di Domenica Sprint di quel favoloso lustro. Le avrò divorate, probabilmente nei momenti di massimo sconforto, senza arrivare per forza alla Serie B, cosi lontana ma cosi vicina nel tempo, dopo un 6-2 a Roma o un 5-1 a Treviso. Sorrido ma allo stesso tempo sogno sentendo un amico di famiglia che non si permette di chiamare per nome il riccioluto argentino ma si affida a un rispettoso pronome in terza persona: "Quann stev iss, ah si turnass iss". Chissà se l’esser nato in quel periodo di gloria non ha influito sulla mia scelta di tifare Napoli. Va detto però che, a rigor di logica, la decisione mia e di tanti altri ragazzi, ha avuto qualcosa di folle. Gli ultimi 15 anni del Napoli, se si escludono forse gli ultimi anni della nuova era De Laurentis, non sono stati certo esaltanti. Stagioni mediocri, per non dire pessime, giocatori improponibili spacciati per fuoriclasse, società troppo spesso sull’orlo di un fallimento che puntualmente è arrivato. Non vi nego che da bimbo esercitava un certo fascino su di me la maglia blucerchiata di Vialli e Mancini prima, di Chiesa, Mihajliovic, Montella poi, ma ragionando, o forse facendo parlare il cuore, tifare Napoli è una scelta di vita che solo chi è partenopeo potrà capire. L’orgoglio di essere napoletano oltre ogni difficoltà sportiva e nella vita, l’attaccamento alla città e alla sua squadra supera ogni momento difficile. E se un altro argentino  fa intravedere lampi di classe di un suo famoso predecessore connazionale, forse si potrà ricominciare a sognare e chissà che magari fra 15 anni mio figlio mi chiedera di parlargli dell’epoca del Pocho e di Marechiaro.
PS: Mio padre che ha letto la chiosa del mio articolo ha cosi commentato:"Non bestemmiare, come lui non ne nascono più" <strong>
Michele Botti</strong>

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