Grazie di tutto, Diego
Buon compleanno

Io me le ricordo le immagini di te al Barcellona che Crt34 mandava in onda senza sosta quella sera d’estate del 1984, quando il Tg1 annunciò che eri nostro. Del Napoli. Non c’era Internet, all’epoca, mi sa che Bill Gates era solo un presuntuosetto. Poco più. Noi sapevamo di te leggendo il Corriere dello Sport. Ci facesti impazzire ancor prima di arrivare, come quei bimbi che tirano tanti calci al pancione della mamma e la poveretta soffre in silenzio: già lo sa quanto dovrà penare per amore.
Ricordo che cercavo di imitare il tuo salto dopo il gol. Comprai i biglietti per quella giornata di presentazione: mille lire le curve, duemila i distinti, tremila le tribune. Ma tu cambiasti giorno, spostarono di ventiquattro ore credo. E noi si doveva partire per le vacanze. Quasi piansi, però in cambio, da quattordicenne, ottenni di fare l’abbonamento. Il mio primo abbonamento. Settore Distinti. Tutto per te.
A quel tempo il pallone si rivedeva d’agosto, in Coppa Italia. E ricordo le facce di quelli che presero l’automobile e ti vennero a vedere contro l’Arezzo. Padri di famiglia che l’indomani sulla spiaggia erano senza parole. Già con gli occhi pieni di lacrime. Io la prima volta ti vidi contro la Sampdoria. Finì 1-1, segnò Salsano, poi pareggiasti tu su rigore. C’era sistematicamente la doppia fila sui gradoni del san Paolo. In tre quando la partita era importante. Contro il Como ti involasti e la mettesti all’incrocio. Quell’anno allo stadio andavo con mio zio Augusto. Lui non esultava, si metteva solo le mani nei capelli. E io non capivo. Io non capivo perché tutti quegli adulti erano increduli. Per me era la normalità, in fondo credevo che sarebbe stato sempre così. Sì, me li ricordo i Catellani, i Tesser, i Dal Fiume, gli Agostinelli, però era roba sbiadita. Tu avevi spazzato via tutto.
Io me li ricordo gli adulti piangere come bimbi quel giorno in cui da sotto terra tirasti quella punizione all’incrocio dei pali. Quell’anno, il secondo, ero in curva B: grazie a te avevo coronato il mio sogno di vedere le partite da lì. Pioveva come dio la mandava. E c’era la Juventus. Io esultai, poi mi guardai attorno e capii che non potevo capire. Pioveva e la gente chiuse gli ombrelli. Bagniamoci, bagniamoci tutti. E moriamo qua, ma davvero. Tornai a casa e raccontai di adulti in ginocchio in lacrime. Per me battere la Juventus era quasi normale: eravamo più forti. Per loro no, non poteva essere normale.  Poi il resto è storia. E’ impossibile spiegare che cosa sei stato per noi. Il pomeriggio si andava al campo Paradiso, a Soccavo, o sotto casa tua. E chissenefrega se la bellina della seconda voleva uscire. C’eri tu. Quel tuo tirare le ginocchia al petto quando eri nel centrocampo prima di cominciare la partita. Quel poveretto del numero undici che non poteva mai ascoltare il suo nome gridato dallo speaker: si finiva al dieci, si poteva giocare uno in meno. Quei canti dedicati solo a te. Quella musicassetta con due canzoni: Maradona è meglio ‘e Pelè, e ‘o Tango ‘e Maradona. Ancora adesso le so a memoria.
Quanto tempo rimasi sul divano quando a Tolosa tirasti quel rigore sul palo. E che bello sentire tutte quelle grida quando in America levasti quella ragnatela alla porta della Grecia. Napoli non ti aveva dimenticato. Nessuno ti ha mai dimenticato. Eppure, stavolta, come ha scritto Ilaria, io non ti volevo festeggiare. Basta. Basta col passato, con un passato che non può tornare. Volevo guardare avanti. Ma non ce l’ho fatta. Col tempo mi è stato chiaro perché all’epoca l’esultanza dei grandi non era mai piena, sempre con una venatura di tristezza: sapevano che sarebbe finita, che dopo di te sarebbe tornato il deserto. Si trattenevano per non abituarsi. Per non soffrire troppo, dopo.
Auguri, Diego. E grazie di tutto.
Massimiliano Gallo

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