Auguri Careca, gazzella con tocco da pantera

La prima volta che lo vidi giocare fu al San Paolo in quella maledetta partita col Real Madrid. All’andata non c’era, si era infortunato. Debuttò quella sera. Una scheggia, non la stoppava mai, la dava sempre di prima, e correva, come correva. Ebbe sui piedi la palla del 2-0. Ne parlo sempre di quell’azione, resto convinto che fu una sliding door. La toccò piano e la palla si fermò sotto il culo di Buyo. Per me non fu un gol mangiato, per altri sì. Fatto sta che mi innamorai.
Mi innamorai di quel brasiliano che parlava un italiano incomprensibile, che andava come una gazzella, che si fece quaranta metri di campo palla al piede con Tassotti che gli correva dietro con la lingua penzoloni. Che a Milano, prima della disfatta ad opera di Gullit e compagni, la stoppò di petto e la mise a pallonetto su Giovanni Galli in uscita. Che, sempre a San Siro, davanti ai miei occhi, prese palla da centrocampo, si bevve tutta la difesa dell’Inter, Zenga compreso, e segnò. Perdemmo, anche allora. Come il giorno dello scudetto nerazzurro, quando la piazzò all’incrocio da quaranta metri. Adesso che ci penso, ha sempre segnato quando perdevamo. Anche in quella maledetta partita in casa contro la Roma l’anno della rimonta rossonera. Maradona lanciò, lui la stoppò al volo di sinistro e di destro la mise alle spalle di un esterrefatto Tancredi. Eravamo già sotto di due gol. Tre minuti dopo Diego fece lo stesso lancio, ma Carnevale fece per stoppare e la palla finì in curva A.
Che cos’era Careca. Impossibile da spiegare. Ogni sabato, la sera, si andava a fare benzina al corso Europa unicamente per gridare al benzinaio sosia: “Carecaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”. Penso che quella pompa abbia fatto affari d’oro in quegli anni. Lo vedevi in campo, Antonio, e sembrava essersi svegliato da poco. Poi, però, partiva e non lo fermavi più. I gol facili non erano per lui, doveva sempre dimostrare che a calcio sapeva giocare. Che a quello con la maglia numero dieci dava del tu. Come a quell’altro di Trastevere. Che trio. Se ci penso, ancora mi incazzo. I primi due anni furono da incorniciare. Non si arrendeva mai. Resta negli occhi la scena di lui che raccoglie il pallone del 2-3 in fondo al sacco contro il Milan e corre verso il centrocampo mentre i compagni camminano. Di lui ricordò un’azione a Verona che vidi solo a Novantesimo minuto: nell’area piccola fece passare il pallone sul capo di due difensori e da posizione impossibile tirò a fil di palo. Pazzesco.
Il secondo anno non fu capocannoniere solo perché Serena fece il patto col diavolo. Segnava ovunque, a Salonicco come a Monaco, a Stoccarda come al San Paolo. E quando non andava in gol cercava il fondo e la metteva dentro per quel colpo di testa di Renica al 120esimo contro la Juve in Coppa Uefa che ci vollero venti minuti abbondanti per riprendere conoscenza.
Poi, però, anche lui imbocccò il tunnel. Ricordo che dopo il 5-1 di Brema Claudio Gregori sulla Gazzetta gli diede del “coniglio imbelle”. Careca non sembrava più lui. Un fantasma. Strane voci circolavano in città sull’uomo che addestrava i pappagalli. Amori di contrabbando, figli misteriosi. Mah. Quella gazzella col tocco da pantera non c’era più. Era diventato “solo” un ottimo attaccante. Sempre uno dei migliori della serie A, per carità. Ogni tanto, però, si ridestava, ed era samba. Come quando infilò Cervone sul proprio palo per il 3-1 alla Roma.
Oggi compie cinquant’anni. Sappia, Careca, che non lo abbiamo mai dimenticato.
<strong>Massimiliano Gallo</strong>

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