Non ci si improvvisa ct
Neanche se sei Maradona

“Il più grande giocatore di tutti i tempi non è necessariamente un buon tecnico.”Questa  affermazione ha ricevuto un’amara conferma. Amara per Diego Maradona. Amara per quanti (come me) facevano il tifo per lui e per i suoi funamboli. Guardiamo al risultato di Argentina-Germania con lucidità. Lasciando da parte l’amore cieco per il fuoriclasse che fu. Il 4-0 , per come è maturato, dice una cosa precisa. Incontrovertibile. Commissario tecnico non ci si improvvisa. Neanche se sei Maradona. Come non ci si può improvvisare in nessuna attività che si voglia svolgere ai massimi livelli. Non c’è dubbio.  In campo ci vanno i giocatori. Il loro valore è il primum movens del successo di una compagine. Può darsi sia anche vero che il tecnico incide solo per il 20 o 30%  sul rendimento di una compagine. Ma che si possa diventare allenatore, selezionatore , commissario tecnico per grazia ricevuta è troppo.
Le federazioni spendono cifre da capogiro per assicurarsi i servizi di questo o quel c.t.. Ciò lo si deve unicamente al malcostume imperante nel calcio di prevedere retribuzioni iperboliche? Via, siamo seri. La sconfitta di Diego si può leggere come il riscatto di tutti gli allenatori professionisti del mondo. Quelli che, almeno un po’, hanno studiato per fare il loro mestiere. Che hanno frequentato corsi. Che hanno fatto apprendistato a bottega. Quelli che credono nel metodico lavoro quotidiano. Nella disciplina tattica.  Il calcio senza fantasia e classe è una noia mortale.  Che ne sarebbe del gioco più bello del mondo senza veroniche, tunnel, colpi di tacco … Insomma senza la qualità.  La qualità è la condizione necessaria perché una squadra sia grande. Non è, però, da sola ( purtroppo!) una condizione sufficiente.  L’Argentina umiliata dalla Germania è stata esattamente così. Affidata alla sola qualità. Anche con scelte talvolta discutibili nel merito delle valutazioni della qualità dei singoli. Forse la vera Argentina è quella vista durante la fase di selezione. Una squadra capace di lampi ma senza spina dorsale.
Diego, lo conosciamo bene. E’ una di quelle personalità per le quali non esiste il purgatorio. Non esistono i toni grigi. Inferno o Paradiso. Bianco o nero. E questa volta è nero pesto. E’ inferno dantesco.  Tutto impastato nel solito pulviscolo di figlie, nipoti, generi, cognati, antipatie, simpatie. La solita corte dei miracoli. Insomma un deja vu!  La batosta è stata terribile. Senza attenuanti. L’ex Pibe de oro ha dato l’impressione di non avere nemmeno la più pallida idea su che fare. Lì, davanti alla panchina.  A braccia conserte. Stranito. Faceva quasi tenerezza.  Sembrava non capirci nulla. Chiedersi “ Ma a questo punto un vero tecnico che cosa farebbe?  ” Nulla ha capito del perché la fascia sinistra della sua difesa era un burro. Né come mai i suoi campioni non facessero uno straccio di tiro in porta. Insomma uno strazio. Maradona sostanzialmente ha dato l’impressione di conoscere  un solo schema di gioco :”Messi fa tu”.  Ma così il tecnico può farlo chiunque. Chi se ne frega dell’organizzazione difensiva. Degli schemi. Delle coperture. Degli interscambi tra i reparti. Tanto … “ Messi fa tu”… “E Messi non ha fatto.”
Diego è stato l’idolo della mia generazione. Il primo scudetto del Napoli fu una delle rare occasioni in cui la città avvertì un senso di identità collettiva. Provando una sensazione di riscatto da frustrazioni e sudditanze antiche .Sensazione vissuta trasversalmente in tutti gli strati sociali. Quei momenti sono indimenticabili. Ma la verità è sempre rivoluzionaria. Anche nel calcio. Diego da grande lottatore ha voluto affrontare una sfida difficile.  Ed è uscito sconfitto. Purtroppo per lui non ci saranno sconti. E questo ci dispiace anche se è inevitabile. Dura lex sed lex.
<strong>Guido Trombetti</strong>

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