Quegli applausi che
non dimenticherò più

E vabbè. Abbiamo celebrato il ventennale del secondo scudetto. A questo punto celebriamo i ventidue anni della più cocente sconfitta della nostra storia, insieme a quel 2-1 di Altafini contro la Juventus.
Correva l’anno 1988. Il Napoli più bello che io abbia mai visto. Una corazzata. Segnava quando voleva. L’anno della Magica, Maradona-Giordano-Careca. Campionato dominato, non c’era storia. Almeno fino a metà girone di ritorno quando una sconfitta interna con la Roma aprì una falla poi diventata voragine. Pareggio a Empoli, vittoria sofferta in casa con l’Inter (con lite Garella-Renica peggio di quella Perrrotta-Vucinic), sconfitta a Torino con la Juventus, pareggio a Verona con magia di Diego e rete di Galia. Si arriva al primo maggio. Arriva il Milan allenato da un signor nessuno chiamato da Berlusconi sulla panchina rossonera.
Il Napoli è cotto. Non gioca più. Tranne Diego, in forma strepitosa. Indomabile. Lo spogliatoio ricorda quello della Lazio di Chinaglia. Diego sa che siamo più deboli. E parla tanto in settimana, cerca di caricare squadra e ambiente. “Al San Paolo non voglio vedere una bandiera rossonera”. Qualcuna ci sarà, invece, nel settore dedicato agli ospiti. Il sabato notte, alle tre, piazza Municipio è bloccata. Traffico e clacson, ma la città ha paura.
Si gioca alle 16, ma alle 12.15 lo stadio è pieno. Io sono in curva B. Come al solito. Ottantamila persone. Fa caldo. Si gioca. Careca va via e Baresi gli entra da dietro a forbice. Oggi sarebbe negli spogliatoi, all’epoca viene ammonito. Punizione dal limite per loro. Deviazione e Virdis la mette dentro. Corre a braccia aperte Pietro Paolo. E chi se lo scorda. Fine primo tempo. Punizione per noi. Diego fa passare il pallone sopra la testa di Gullit che salta trenta centimetri e la piazza sotto l’incrocio dei pali. Corre come un bimbo impazzito sotto lo spicchio rossonero. Giovanni Galli appoggiato al palo guarda sconsolato i compagni.
Si va all’intervallo. L’omino di Fusignano toglie Donadoni e mette dentro Van Basten. Mica come Bianchi che quella partita non la fa giocare a Giordano, preferendogli Tebaldo Bigliardi in marcatura su Gullit. Al ventesimo della ripresa, il Mocio Vileda olandese va sul fondo, mette al centro e Virdis anticipa Bruscolotti. Due a uno. Il Napoli non c’è. Diego ha la palla del pareggio in semi rovesciata ma non gli riesce. Galli prende la palla, lancia Gullit che si fuma Bigliardi e mette al centro dove Van Basten fa il terzo.
Il San Paolo sfolla. Anch’io faccio per andarmene (per la prima volta nella mia vita), ma c’è chi mi ferma. “Stai qua”, dice Errico, mio cognato ma soprattutto un fratello maggiore. Io non capisco ma mi adeguo. Careca fa il 3-2 ed è impressionante vedere il brasiliano che torna di corsa a centrocampo con la palla sottobraccio e gli altri azzurri camminare come se il fatto non fosse il loro. Il Napoli crea sì e no un’occasione con Giordano; Maradona zoppica e la partita finisce lì. Io ho le lacrime agli occhi e attorno a me sono tanti quelli che non le trattengono. Eppure comincio a sentire uno strano suono. Sembrano applausi. Mi giro, guardo Errico e lui applaude, come tutto lo stadio. Io davvero non ricordo se l’ho imitato. Mi sa di no. Però quello scroscio di applausi non è più andato via dalla mia mente. A Milano, a parti invertite, non l’avrebbero mai fatto. Mai. Tornai a casa. E non ricordo quando fu che ripresi a parlare.
Massimiliano Gallo

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