Boccolini, Girardo, Grava, il Napoli degli umili

Sampdoria in festa. Ma per poco il Napoli non gliela rovinava.Tre o quattro vere occasioni da gol sono sfumate per un soffio. Champion’s per i blucerchiati, un giusto traguardo. Europa per il Napoli, un premio che "era follia sperar" nella parte iniziale del torneo. E che gli azzurri abbiano onorato anche l’impegno a Marassi significa che in campo è affiorata una struttura solida e affidabile. Nelle graduatorie di merito, ai primi posti i giocatori-simbolo di questo Napoli rigenerato. Ma, accanto a loro, anche quegli atleti riscoperti nel cammino del campionato e che hanno giocato un torneo da applausi. Come Grava, difensore eccellente, o Rinaudo e Aronica, sempre pronti a non deludere. O come Pazienza, rivelatosi centrocampista essenziale e combattivo. E altri ancora. Nella sua lunga vicenda calcistica, il Napoli ha schierato spesso giocatori che si conquistavano un posto fermo nella squadra, e nel cuore dei tifosi, partendo da posizioni poco illuminate dai riflettori. Giuseppe Ciccarelli, mezz’ala di raccordo, giocò dal ’53 al ’56 , divenendo insostituibile per il suo veloce andirivieni nel campo. Recuperava palloni vaganti e li spingeva sulla linea d’attacco. Ebbe la sua gloria in un giorno di Pasqua,quando firmò un’importante vittoria, segnando due gol all’Inter. Qualche anno prima, con la maglia n.8 Ciccio Formentin faceva tandem con Amadei nella metà campo, dopo che il romano aveva lasciato a Jeppson il ruolo di centravanti. Lavoratore silenzioso ma insostituibile, Ciccio toglieva palloni agli avversari e li dava al fuoriclasse svedese per trasformarli in gol. Tonino Girardo, azzurro dal ’60 al ’67, presidiava anche lui il centrocampo marcando l’avversario con la grinta di una patella abbracciata allo scoglio. Gli toccava di solito il calciatore più temuto, che Girardo affrontava senza dargli tregua. Un giorno anche Rivera uscì dal campo logorato e sfinito. Difensore centrale negli anni ’60, Panzanato dava l’idea di una roccia semovente. Combatteva per ogni centimetro di prato verde, come se il suo motto fosse ”o la palla o la vita”. Erano anche i tempi di Ronzon, elegante mezz’ala dai lanci precisi, e di Stenti, altro difensore di ferro. La galleria dei giocatori che hanno "fatto squadra" è ampia e lunga. La conclusione di questo campionato (l’altra domenica al san Paolo, con il coro del pubblico che cantava" ‘O surdato ‘nnammurato") ha rinverdito per un attimo anche il ricordo di un altro protagonista umile e bravo: Boccolini, interno destro che Luis Vinicio, neo allenatore, portò a Napoli dal Brindisi. In un pomeriggio romano d’un giorno senza automobili in circolazione (l’austerità petrolifera), nello stadio Olimpico, verso le cinque della sera, s’alzò al cielo l’urlo di gioia di ventimila tifosi del Napoli. Su punizione, quasi al 90’, Boccolini aveva steso la Lazio. Subito dopo,come al cenno di un misterioso direttore d’orchestra, i ventimila intonarono a una voce, per la prima volta, il canto che divenne da allora l’inno del Napoli: " Oj vita, oj vita mia…" . <strong>Mimmo Liguoro</strong>

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