Lo ammetto, il dito di Mou
mi ha emozionato

Lo ammetto. Quel dito di Mou mi ha emozionato. In faccia al portiere del Barcellona, rivolto ai suoi tifosi appollaiati lì al terzo anello del Camp Nou, dietro una rete metallica. Lo capisco Mou, e mi ha colpito. Quella sua corsa. Quella voglia di condividere il successo con la sua gente. Sarà perché mio padre è interista (e tutti in famiglia eravamo in apprensione per le sue coronarie), sarà perché prima di Calciopoli l’Inter è sempre stata una squadra sfigata (e quindi simpatica), ma questa è un’impresa da ricordare. Calcio all’italiana, dieci contro undici. In stile Helenio Herrera.
“Una squadra di eroi”, ha detto Mou, per poi rivolgersi ai tifosi: “Aspettateci all’aeroporto”. Può stare antipatico, il portoghese, lo ammetto. Ma è un leader, un capo carismatico, uno che sa motivare i suoi come pochi, che si carica la squadra sulle spalle, che fa da parafulmine come nessun altro. Che dice sempre quello che pensa, anche di non amare il nostro calcio, e lo fa sulla Rai dieci minuti dopo aver condotto l’Inter all’ultima partita di Champions. Se non fosse andato in finale, avrebbe fallito. Invece lo ha fatto, eliminando il Barcellona. Il suo più grande merito è aver rivoluzionato un ambiente. E quando lascerà l’Italia, mi mancherà.
L’ultima annotazione di una serata non napolista è per Lionel Messi. Spero che questa partita abbia fugato per sempre ogni equivoco su un paragone che non sta in piedi. Le partite si sbagliano, le sbagliava anche lui. Ma così, a giocare con tocchetti dalla tre quarti, lui lo ha fatto solo a Italia ’90, quando ormai non ce la faceva più. E portò l’Argentina in finale di coppa del mondo.
Massimiliano Gallo

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