Quanto sono meravigliosi i perdenti olimpici, il fallimento altrui a volte è poetico (El Paìs)

L'altra faccia della retorica olimpica. La schadenfreud: l'opposto della compassione o dell'empatia. Provare gioia per la sofferenza o l'infelicità altrui

Rg Milano 13/02/2026 - Olimpiadi Milano Cortina 2026 / Figure Men Skating / foto Image Sport nella foto: Ilia Malinin

Tutti a glorificare, giustamente, le storie (alcune meravigliose) dei vincenti alle Olimpiadi. Ma quanto fascino c’è dietro gli sconfitti? “Perché siamo affascinati dalla vista della sconfitta?”, si chiede nel suo editoriale sul Paìs Paco Cerdà.

Le storie di fallimento, di dolore – scrive – “non richiedono molte conoscenze di base, solo l’essenziale. Come scoprire che Atle Lie McGrath ha 25 anni e stava per vincere il suo primo oro olimpico. Sapere che suo padre era uno sciatore alpino, che sua madre era stata una fondista e che suo nonno, morto il giorno dell’inaugurazione, è stata la sua più grande ispirazione, quella a cui voleva dedicare la medaglia d’oro che già aveva in mano quando tutto è andato storto. E forse questa è la cosa meno importante. Come spettatori di questa tragedia shakespeariana, non ci interessa capire cos’è lo slalom, il fascino del Passo dello Stelvio e le sue piste suicide, come sono i 72 ostacoli che i concorrenti devono superare a zigzag folli, o perché è uno sport tutto o niente. Tutto questo è irrilevante. Ciò che ci commuove è vedere quel povero ragazzo in una sequenza davvero memorabile. C’è Atle Lie McGrath: era in testa, ma ha commesso un errore fatale a quindici secondi dalla fine per l’oro. È fuori. Squalificato. Niente oro, niente argento, niente bronzo. Urla. Getta a terra i bastoncini. Slega gli sci. Si toglie le protezioni. Esce dalla pista. Attraversa una recinzione e si avventura da solo – da solo – nella distesa bianca. Cammina. Cade sulla neve e si rialza. Si dirige verso il bosco. Vuole scomparire. Cerca pace, silenzio, un po’ di tempo. Una recinzione perimetrale gli blocca il cammino. Si getta a terra. È solo. Giace a faccia in su. Come un morto”.

“Schopenhauer diceva che provare invidia è umano, ma provare piacere per le sfortune altrui è demoniaco. E c’è qualcosa di simile in questa attrazione poetica per il fallimento altrui. Nel fascino che la caduta dell’eroe risveglia in noi. La sua umanizzazione di fronte alla sconfitta. Sapere che non tutto è predeterminato. Che altri sono caduti proprio come te. In tedesco lo chiamano schadenfreud: l’opposto della compassione o dell’empatia. Provare gioia per la sofferenza o l’infelicità altrui”.

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