Il voto è come un gol: così il fantacalcio ha cambiato il tifo e il modo di vivere le partite
I "voti live" di Fantacalcio condizionano l’umore di giornata. Un voto “ingiusto” fa stare male al pari di un gol sbagliato. I voti in tempo reale sono ormai un medium a sé

Se al fantacalcio concedessimo un po’ di sospensione dell’incredulità, e vi ci approcciassimo con il garbo che si usa per le opere di finzione, avremmo già risolto mezzo problema. Invece no: non ne riconosciamo l’invadenza nelle nostre vite, figurarsi far pace con la sua pretesa “giustizia”. Men che meno ci accorgiamo che sta cambiando il nostro rapporto col calcio: come viene raccontato, e come vogliamo che ce lo raccontino; soprattutto come lo abitiamo e lo consumiamo. Perché persino il “vecchio” tifo ne risulta ormai corrotto. Il voto per il fantallenatore vale un gol per il tifoso: influisce sul tono dell’umore perché ci riporta ad una natura basica, istintiva, persino a volte erotica. Con la “doppietta” in agguato: spesso il mondo “fanta” e le sorti della squadra del cuore collidono, o coincidono. Esulti per un gol del Napoli, e poi, un secondo dopo, sacramenti perché quel gol l’hai subito al fantacalcio. C’è gente finita in analisi per molto meno.
E’ un gioco, certo. Ma è anche un’industria, con bilanci a vari zeri, il famigerato indotto e tutto il vocabolario della buona finanza. Per cui è arrivato il momento di parlare del fantacalcio come di una cosa serissima. Perché – spoiler – questo è: anche una cosa serissima.
Parliamo di 2 milioni e mezzo (dicasi 2.500.000) di iscritti attivi tutte le settimane per tutto l’anno alle Leghe private di Fantacalcio, la piattaforma parte di un ecosistema fatto di più cose (la testata Fantacalcio, la Fantacalcio-tv eccetera…) che monopolizza il gioco in Italia controllando quote di mercato bulgare. Gli iscritti al portale, che includono anche quelli che utilizzano l’ecosistema Fantacalcio a scopo informativo o per altri servizi, sono 7 milioni. E’ una comunità enorme, da farci un paniere Istat a sé. Con gergo ed arcani propri. Che se votasse tutta all’unisono sarebbe partito di maggioranza ed esprimerebbe un fanta-governo. Ci hanno fatto una serie tv, una commedia su Netflix.
E’ una livella sociale, anche. Ci giocano studenti, operai, professionisti, magistrati. Ci giocano i calciatori che si comprano a vicenda e, chissà, pure gli allenatori che per una volta fanno il mercato come più gli aggrada. Ci giocano i bambini ma ci giocano molto di più i “grandi”, andando molto fieri dell’obsolescenza mai avvenuta della più bella pubertà. Tutti incastrati nello stesso meccanismo fatto di intere settimane a rimuginare su uno 0,5, un rigore sbagliato, un assist non assegnato. Cercando di elaborare tanti microscopici lutti (o godurie epocali) prima che un’altra giornata di campionato ci colga.
Ma il gioco non è più tale, e non è nemmeno più solo un fenomeno sociale: è diventato un medium, con un linguaggio percettivo tutto suo. E’ un passaggio di stato culturale.
Porta il calcio in un luogo strano, idiosincratico, ossessivo, dove la teoria dei giochi rimescola la natura stessa dell’evento-partita, ricondizionandola (ciao John Nash, ricalcolami il modificatore di difesa). C’è gente che segue le partite semplicemente “leggendole” nei numeri che Fantacalcio sgrana in tempo reale, i “voti live”. Paradossalmente ad alcuni non serve nemmeno più accendere la tv, né farsi rapire dalle radiocronache (parlandone da vive). I voti in aggiornamento costante sono una divertentissima pestilenza, danno assuefazione. Ma sono anche una rappresentazione laterale della realtà: si può “guardare” la partita ricostruendosela nella mutabilità dei voti, come in Matrix ammiravano la vita sotto forma di stringhe di codice. E’ il superamento a destra degli highlights, che pure noi del novecento registriamo come una rivoluzione incombente. Ma è anche una distorsione, forse una perversione.
In questa prospettiva, il voto – quel numerino molto soggettivo che un’entità terza ci impone come oggettivo, fondamenta stessa del gioco – acquisisce un’importanza cruciale. Non è solo questione di vincere o perdere, il 5 o il 7 per molti sono una trasfigurazione dell’episodio in sé. Una formula narrativa per immersione.
Il trucchetto alla base è il coinvolgimento emotivo, non è semplice emulazione. Altrimenti non avrebbe il successo clamoroso che ha. E’ intrattenimento. “Infatti quando pensiamo alla concorrenza – ci spiega il project manager di Fantacalcio Fulvio Gennari – non parliamo di un’altra app o piattaforma, parliamo di concorrenza nella conquista del tempo libero delle persone. Fortunatamente noi abbiamo un prodotto elastico”.

La redazione di Fantacalcio, a Napoli
In un’epoca in cui gli spettatori sono sempre più selettivi sullo sport su cui investono il loro tempo, il fantacalcio attribuisce a ogni minuto di ogni partita di pallone una rilevanza. Occupa una parentesi logica: è totalmente dipendente dall’azione, ma in qualche modo ne è completamente distaccato. E chi ci gioca diventa consumatore attivo di un prodotto invece passivo come tanti altri. Va a braccetto con le scommesse, ma è meno tossico.
“Tutti sanno che oggi noi siamo uno dei motori principali di questa filiera a dar senso allo spezzatino – continua Gennari – non tutte le partite hanno l’appeal dei grandi big match, ma il gioco riesce in maniera incredibile a dare profondità ed interesse anche ad incontri non di cartello: c’è quasi sempre in campo (o contro!) qualche calciatore le cui performance saranno decisive per la sorte del Fantallenatore. La partnership con la Lega Serie A nasce anche per questo: più Fantacalcio ha seguito e successo, più significa che il prodotto Serie A gode di buona salute”.
Tutto ciò premesso, allora, ecco che il voto diventa un prodotto sensibile. Che nella sua forma odierna tradisce i limiti di tutto il ragionamento che abbiamo fatto finora. Perché il voto che ormai adottano tutti, quello “umano” di Fantacalcio (che ne mette a disposizione anche uno algoritmico, più freddo e distaccato), è uno standard tarato sull’essenza del gioco, e non più sulla valutazione della prestazione agonistica. Tende a seguire, cioè, il giocatore in campo per micro-circostanze (il passaggio azzeccato, il palo colpito); ma ne tralascia spesso il peso complessivo, la sua impronta su tutto ciò che gli accade intorno. E’ il classico tormentone del gol = 7+3 a scatto fisso. Le variazioni sul tema sono ridotte a casi eccezionali. Al tempo dei giornali volavano i 3, i 4 ma anche i 9 (pensa giocare al fantacalcio con le pagelle radicali di L’Equipe…). Oggi quel metro è preistoria: la grammatica del gioco appiattisce, a volte per coerenza altre per sciatteria. C’è sempre una persona, dietro ogni voto (anzi: sono tre se non quattro, ma ne parleremo in un altro articolo).
Se c’è una cosa di cui a Fantacalcio hanno piena coscienza è che il voto è sempre stato e sempre sarà comunque – ontologicamente – “sbagliato”. Un po’ come la “risposta dentro di te” del Quelo di Guzzanti. Perché il fantallenatore è un portatore d’interesse, certo. Ma anche perché – come dice Gennari – “c’è il grande problema che tanta gente guarda le partite molto più distrattamente, con un occhio alla tv e l’altro al cellulare. Guarda i live che scorrono, e da quelli desume le sue verità assolute”. Poi però ci sono quelli che le partite le guardano per intero e sanno anche guardarle. Animali in via d’estinzione. Anche loro subiscono l’inevitabilità del fanta-voto, e spesso non ci si raccapezzano.
Il punto, diceva la canzone, è chi giudica a chi giudica? Sempre noi, scagliatori olimpici di pietre. E allora per dotarsi di un’autorevolezza da giornale tradizionale Fantacalcio ha da qualche anno ingaggiato un po’ di pezzi grossi: “nomi” del giornalismo sportivo amanti del gioco che si intestano la paternità delle pagelle, una partita a testa. Tra gli altri Riccardo Trevisani, Pierluigi Pardo, Gianluca Di Marzio, Mario Giunta e Federica Zille. Un argine alla contestazione. E’ cambiato qualcosa? Macché: medesimi improperi. E’ l’internet della mitomania, bellezza. I suddetti poverini vanno anche in tv – quella di Fantacalcio – e spiegano i “casi di giornata”. Un po’ come gli arbitri a Open Var. Tutto ciò che diranno sarà comunque usato contro di loro, sui social.

“Il fantacalcio, i fantasy-games, all’estero sono completamente diversi – continua Gennari – Sono basati tutti sui dati, sulle statistiche. Nel mondo anglosassone, o anche in Germania, un gioco basato su voti soggettivi è follia, ti prenderebbero per pazzo. In Italia invece c’è questo modello che funziona al contrario, ma proprio per questo è diventato un boom sociale, perché sposa le caratteristiche tipiche e le esigenze dell’italiano medio. Abbiamo bisogno di qualcosa che sia contestabile. Siamo abituati a fare lo scaricabarile. A dare sempre la colpa a qualcun altro. Non accetteremo mai di aver perso perché l’avversario è più bravo. E’ meglio avere il giornalista a cui dare la colpa. Nel voto soggettivo l’italiano ritrova il suo Dna. E’ esattamente il gioco-specchio del nostro carattere. Questa è la cosa che l’ha reso un grandissimo successo”.
E’ a suo modo una catarsi, straziante come un 65,5 dopo il posticipo del lunedì sera.











