L’ascella di Mazzocchi come Garlasco: ormai non è più calcio, è “CSI Napoli”. Il Var siamo noi
Siamo i Var del Var: sbugiardare in flagranza di reato gli arbitri cattivi è diventato un sport parallelo e disfuzionale. La catena di Sant'antonio corre su whatsapp

L’arbitro fischia, alza un braccio, si porta una mano all’auricolare. I giocatori sanno, fanno capannello ma non s’affannano. L’arbitro fa segno di spostarsi, non c’è niente da vedere qui, circolare. Va al monitor. E sul monitor… ci siamo noi. Noi guardiamo lui, lui guarda noi. La quarta parete è divelta: il Var siamo noi.
Noi che col tutone dei Ris di Parma dal divano spolliciamo sui social alla ricerca della pistola fumante: eccolo il millimetro che manca, il mignolo che sfiora, lo step, il foot, il codicillo. L’ascella di Mazzocchi come Garlasco. Nel frattempo la partita continua, ma noi restiamo freezati nell’esame autoptico dell’episodio che ci condizionerà la serata, la giornata, se siamo messi malissimo (come siamo) l’intera settimana corta fino al prossimo turno di campionato. Questo siamo diventati: CSI Napoli (ma è tutto uno spin-off: CSI Milano, CSI Roma, CSI Torino). E’ una serie crime, ormai, il calcio italiano. E non siamo più solo le vittime, siamo anche i carnefici di noi stessi.
Metti – ma è solo l’ultimo esempio – Napoli-Parma: il fuorigioco che ha fatto annullare il successivo gol di McTominay. In pochi minuti, come in una dimensione parallela alla partita che pur proseguiva, sui social e nelle chat era già in corso un processo con tanto di reperti testimoniali. Dove comincia l’arto superiore? Nell’articolazione glenomerale o distalmente con radio e ulna? E il regolamento contempla il radio o l’ulna? Con il verdetto espresso – furto aggravato – e successiva condanna allo shitstorm perpetuo di Fabbri, Rocchi, Infantino, l’Ifab e tutto il cucuzzaro. Tutto giusto o sbagliato (lungi da noi entrare nel merito, poche cose ci annoiano quanto la scarnificazione giudiziaria del gioco) in funzione della fazione che indossiamo.
E’ un’epoca in cui la ricerca del dettaglio produce mostri: milioni di Inspector Gadget con il feticismo della verità. Incrociamo i dati, i frame, i sentito dire, e visto che viviamo nella repubblica dell’ “inoltra” ci facciamo persuadere che la viralità sia essa stessa una prova: guarda che mi ha girato mio cugino… Hai visto? E’ uno scandalo! E così lo screenshot del fuorigioco di Mazzocchi ha fatto più click del concerto del Super Bowl. È pornografia dell’errore.
Perché in fondo sbugiardare in flagranza di reato gli arbitri che complottano contro di noi (spesso sono solo scarsissimi, ma tant’è) è un orgasmo che moltiplica l’esperienza, in positivo se vinci, nel rodimento se perdi. Applicata al pallone, questa perversione, è diventata una dipendenza tossica. Ci condiziona a tal punto da non poterne fare a meno. Vorremmo, ma è un’illusione: non abbiamo ancora preso coscienza che ormai facciamo parte dello stesso meccanismo disfunzionale. Sullo schermo del Var ora ci siamo anche noi: è uno specchio, quel monitor.










