Should I Stay or Should I Go? Cosa offre Napoli ai suoi giovani in termini di servizi e di futuro?
L'analisi del professor Izzo su Nagorà. Napoli in dieci anni ha perso il 10% dei suoi abitanti, a fatica riesce a rallentare l’emorragia di giovani laureati che a malincuore le dicono “addio”.

Students of the new technology department work on an installation for their thesis on October 24, 2012 at the Fine Art Accademy in Naples. The Academia di Belle Arti was founded in 1752 and is among the oldest academies in Europe. AFP PHOTO / MARIO LAPORTA (Photo by MARIO LAPORTA / AFP)
Should I Stay or Should I Go? Napoli ama i suoi giovani quanto loro amano lei?
Jaime Lerner era un giovane architetto brasiliano. Aveva studiato pianificazione urbanistica all’università. Era un outsider della politica, quando a trentatré anni si candidò a sindaco della propria città, Curitiba. L’ottava città del Brasile, la capitale del Paranà. La sua grande rivoluzione fu il trasporto pubblico. Inventò la Rede Integrada de Transporte, il primo esempio al mondo di bus rapid transit, con corsie riservate agli autobus e rampe per consentire ai passeggeri di salire sui mezzi pubblici senza dover fare scalini. Quando il sistema venne inaugurato il numero di passeggeri trasportati al giorno era di 54 mila, pochi anni dopo era salito a 2,3 milioni. Nelle ore di punta, la frequenza dei bus è di 30 secondi, così da trasportare 36 mila persone in un’ora. Curitiba ha avverato l’utopia di un altro sindaco latino-americano, Gustavo Petro, che spiegava come un vero paese sviluppato non fosse quello dove anche i poveri avevano l’auto, ma quello in cui anche i ricchi utilizzavano i mezzi pubblici e le biciclette. Lerner diventò sindaco di Curitiba nel 1971. Oltre cinquant’anni dopo, a Napoli, elezioni regionali, che provocano l’incredibile chiusura di tre funicolari (su quattro) per alcuni giorni, e un temporale autunnale possono ancora mettere in ginocchio una città.
Il diritto alla città, scriveva il filosofo francese Henri Lefebvre nel 1968, auspicando un radicale processo di riappropriazione dei tempi e degli spazi del vivere urbano, «si presenta come forma superiore dei diritti». Qual è allora lo stato dei diritti di cittadinanza a Napoli quasi sessanta anni dopo? Spostarsi, curarsi, studiare, correre in un parco, camminare in sicurezza, avere un’abitazione dignitosa. E quanto conta essere convinti di godere di questi diritti nella decisione se restare o lasciare Napoli?
Should I Stay or Should I Go? Se lo chiedevano i Clash nel 1982. In fondo, era una canzone d’amore, con un lui che chiedeva a una lei se interrompere una relazione e levarsi di torno oppure mantenerla in vita. Una domanda analoga, pur senza vendere milioni di dischi, se la fa chi a Napoli ha un’età fra i 16 e i 30 anni, in quella Gen Z che prova a scrutare nel futuro per comprendere se vale la pena dare una chance a Napoli come hanno fatto, forse in tanti pentendosi, molti dei loro genitori. Hanno risposto quasi in 600 al sondaggio realizzato per Nea-Polis – La Napoli che sarà e i risultati sono eloquenti: le maggiori insoddisfazioni sono espresse per la mobilità sostenibile, la gestione dei rifiuti urbani, la pulizia e il decoro urbano. Quando si chiede di valutare la città, attribuiscono il punteggio più basso ai servizi pubblici. Per contro, la superiore qualità percepita dei servizi è la seconda ragione che spinge ad andarsene chi sta pensando di lasciare la città.
Ma perché si decide di interrompere una relazione sentimentale con una città? Quali sono le ragioni in grado di spiegare se restare o andar via? Gli studi convergono su tre fattori fondamentali: opportunità di lavoro coerenti con le competenze o il talento che si ritiene di possedere; la qualità della vita, e in particolare il grado di soddisfazione percepita dei servizi pubblici; la convinzione che vi sia una visione di futuro per la città nei decisori politici. In altre parole, se non riesco a trovare un lavoro che mi consenta di vivere in modo dignitoso, senza essere costretto a restare a casa con mamma e papà fino ai 40 anni, se credo che i politici della mia città non abbiano alcuna intenzione o possibilità di cambiarne il destino, se devo smettere di lavorare perché ho un figlio piccolo e non ci sono asili-nido (né nonni) vicino casa mia oppure non riesco a trovare una casa a un canone che mi posso permettere, ecco: le probabilità di restare si assottigliano, fino a scomparire. E, chi rimane, benché desideri andar via, lo fa perché solo vi è costretto, come ostaggio della sua città.
La qualità del vivere a Napoli non sembra essere così elevata, anzi è senza dubbio uno dei fattori di maggiore criticità per la nostra città. È solo una falsa percezione, il solito luogo comune, l’atavica tendenza all’autocommiserazione in salsa partenopea, è la vocazione al vittimismo dei napoletani “martiri professionali”? I dati ci dicono che non è così. Prendiamone giusto una manciata per tenerci lontani da un’indigestione di pessimismo. Quattro alberi ogni 100 abitanti contro i 37 di Milano. Cinque bambini ogni 100 che usufruiscono di servizi comunali per l’infanzia contro i 38 di Bologna. Settantanove viaggi per abitante in un anno sui mezzi pubblici contro i 415 di Milano. Ventisette posti letto negli ospedali ogni 10 mila abitanti contro i 44 di Bologna.
In un sondaggio condotto dall’Unione Europea appena due anni fa intervistando i cittadini delle principali città del Vecchio Continente, Napoli giace tristemente in fondo alla classifica per grado di soddisfazione. Ma l’aspetto più interessante è un altro. Se si sovrappone questa classifica della qualità del vivere alla mappa delle città che in Europa crescono di più, non solo sotto il profilo economico ma anche in prospettiva demografica, la correlazione è evidente. In cima troviamo Stoccolma, Varsavia, Dublino, Vienna, Bordeaux, Barcellona, Lisbona. Come dire, il vivere bene, soddisfatti da quanto ti offre una città, inevitabilmente attira nuovi residenti e nuove imprese, stimola la fecondità, accende il desiderio di futuro.
A New York, stesso parallelo di Napoli, a settemila chilometri di distanza in linea d’aria, Zohran Mamdani (34 anni) ha vinto le elezioni a sindaco parlando di asili-nido, di scuola e di sanità pubblica, di trasporti pubblici gratuiti, di housing sociale: la sua parola-chiave è stata affordability. In una città come Napoli che in dieci anni ha perso il 10% dei suoi abitanti, che sta scivolando sotto la soglia dei 900 mila abitanti, che a fatica riesce a rallentare l’emorragia di giovani laureati che a malincuore le dicono “addio”, la sfida dei servizi, in una battaglia senza tregua per riportarla alla “normalità” non è più un’opzione.
«Napoli è casa mia, la amo, ma lei non ama me», confessa una delle giovani partecipanti alla nostra ricerca. Eppure, le avrebbe detto Jaime Lerner, «le città non sono il problema. Le città sono le soluzioni». Speriamo, per lei e per noi, che la città sia questa e non un’altra.
(articolo pubblicato su Nagorà.org e gentilmente concesso anche al Napolista).
L’autore è professore ordinario di Economia e gestione delle imprese – Università di Napoli Federico II











