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Sorrentino: «Una volta gli scherzi telefonici erano una moda, oggi si rischierebbe la galera»

Al Venerdì di Repubblica: «Nell’84 Napoli era una città incupita, violenta. Quando arrivò Maradona fu anche una liberazione»

Sorrentino: «Una volta gli scherzi telefonici erano una moda, oggi si rischierebbe la galera»
Venezia 02/09/2020 - Festival del Cinema di Venezia / foto Imago/Image nella foto: Paolo Sorrentino

Al Venerdì di Repubblica: «Una volta gli scherzi erano una moda, anche quelli telefonici. Oggi si rischierebbe la galera»

Sul Venerdì di Repubblica una lunga intervista al regista Paolo Sorrentino, fresco di direzione di “È stata la mano di Dio”, Leone d’argento a Venezia (nelle sale dal 24 novembre, su Netflix dal 15 dicembre). Racconta il macchiettismo dei napoletani, rappresentata nella parte iniziale del film.

«L’entourage dei miei familiari era così. I napoletani sono molto plateali, hanno un istinto recitativo molto forte. Mi sono fatto l’idea che sia una conseguenza delle dominazioni: per ingraziarsi il dominatore di turno dovevano apparire bravi, buoni e servili e questo ti porta a recitare. Quella è la realtà in cui vivevo, quindi è un film realista. La consuocera di una mia zia che metteva la pelliccia d’estate e diceva le maleparole non l’ho inventata io, c’era già. Poi, se appare bozzettistica a uno di Chiasso lo capisco, perché lassù vivono in un altro modo, ma per me era la normalità. Non ho altri termini di paragone, sono cresciuto là dentro, per me quello era il mondo, la cultura. E mi sono sposato una napoletana. Noi siamo così. Io sono così».

C’è un passaggio dell’intervista in cui Sorrentino parla di quando gli scherzi telefonici erano un modo per divertirsi. Oggi per alcuni si rischierebbe la galera.

«Mia madre effettivamente faceva gli scherzi, quello dell’invito di Zeffirelli a una vicina è vero di sana pianta. Le veniva dagli anni in collegio: suonavano l’allarme antiaereo per far correre le suore verso il rifugio. Ma all’epoca gli scherzi si portavano molto, anche quelli telefonici. Oggi si rischierebbe la galera».

Su Napoli:

«Napoli è una città ostile perché caotica, non a caso ho girato due film in Svizzera. Ho avuto un’estetica quasi sempre legata all’ordine delle cose. Il Tevere della Grande bellezza l’ho filmato da sotto, senza macchine, nella dimensione arcaica, naturale, non c’è la civiltà. Quindi Napoli non è facile da filmare, però non mi importava che il film fosse bello o brutto esteticamente, ho girato nei posti che conoscevo da ragazzo e li ho resi tali e quali. Anche il luogo dove vivevo, una location che non avrei mai scelto per un altro film: è l’appartamento sotto la mia vera casa, al Vomero. Ci abitava una signora, morta da poco, quando ci sono entrato mi è preso un colpo: lo stesso citofono, gli stessi termosifoni di quando ero bambino, lo stesso tinello in cui mio padre cambiava il canale schiacciando con un bastone la tastiera del televisore dicendo: io sono comunista! Come se un comunista non potesse comprarsi la tv col telecomando».

L’arrivo di Maradona fu come una liberazione, per Napoli.

«Nell’84 Napoli era una città incupita, violenta, veniva dal terremoto, dalla guerra fra nuova e vecchia camorra. Mi ricordo che di notte non si usciva quasi, mio padre ripeteva di continuo le sue regole: la sera non ci si ferma al semaforo, si passa con il rosso; se si rimane senza benzina si chiama subito un taxi e si corre a casa. Quando arrivò Maradona fu anche una liberazione».

 

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