Che ce ne facciamo di Benitez se Napoli e il Napoli sono lontani dall’Europa?
Il raggiungimento della qualificazione in Champions League sta diventando l’ossessione dei tifosi e della critica, l’elemento di riferimento supremo per stabilire se la stagione di un club sia stata positiva o fallimentare. Lo stiamo vivendo in questi giorni noi tifosi del Napoli sulla nostra pelle.
La cosa paradossale è che parliamo di una competizione che, realisticamente, nessuna squadra italiana avrà la possibilità di conquistare nel prossimo quinquennio. Lo so, l’obiezione che prontamente muoverete a questa mia affermazione è che, sebbene non possa essere vinta, la Champions riveste tanta importanza perché porta risorse e quindi assicura stabilità ai club, oltre alla possibilità di investire massicciamente sul mercato. Anche questo argomento, che ha certamente un suo fondamento, non giustifica l’ossessione cui facevo riferimento all’inizio.
In sostanza la Champions è una vetrina in cui le nostre squadre sono assimilabili a manichini di seconda fila a cui vengono distribuite briciole che servono poi in qualche caso (sporadico) a primeggiare nei campionati nazionali, in molti altri casi ad “apparare” voragini di bilancio generate da precedenti gestioni folli (vedi Milan) ed in alcuni casi ancora ad essere parzialmente dissipate sul mercato con acquisti privi di ogni apparente logica (e questi, ahimè, siamo noi).
Se è cosi, e credo sia indiscutibilmente cosi, il Napoli, e l’ambiente tutto, devono immediatamente “curarsi” dalla mania della Champions “a tutti i costi” e smetterla di condizionare la propria programmazione (la società) e di propri umori (critica e tifosi) al conseguimento del diritto a partecipare a questa competizione.
Il Napoli non solo non è né il Real Madrid né il Bayern, ma non è nemmeno l’Inter, il Milan o la Juventus, che questa competizione l’hanno vinta…. Il Napoli è una realtà calcistica nazionale, oserei dire locale e lo è soprattutto per volontà dei suoi tifosi, nessuno dei quali baratterebbe nemmeno lontanamente una finale (persa) di Champions con la conquista di uno scudetto.
Da ciò ne deriva una cosa semplice semplice: la stagione del Napoli di quest’anno viene considerata deludente sostanzialmente perché in panchina c’è Benitez, il quale ha impostato tutto il programma sulla dimensione europea della squadra e della società, una dimensione europea che non esiste, né nella realtà né nella storia del club, e che fa ovviamente a cazzotti col terzo posto stentato, con l’eliminazione agli ottavi di Europa league e con un organico che, a parte alcune eccellenze, appare ben distante non solo da quelli del Bayern, del Real e del Barcellona, ma anche da quello di “medie” potenze quali Atletico Madrid, Borussia Dortmund, Arsenal, Juventus, Benfica etc.
La cosa che fa ancora più a cazzotti con tutto questo è che la programmazione societaria non lascia minimamente intravvedere, Champions o non Champions, una politica di investimenti e ingaggi che preveda un salto di qualità tale da colmare queste distanze; prova ne sia che appena un giocatore del Napoli si trasforma in campione (vedi Lavezzi, Cavani) viene immediatamente ceduto. Non solo: appena un ottimo giocatore viene sopravanzato nelle gerarchie da un nuovo acquisto, determinando un barlume di panchina “lunga” (vedi Denis, Quagliarella etc…), viene immediatamente ceduto. Il risultato di questa politica, che il presidente si è affrettato a definire “fair play”, divenendone il più scrupoloso attuatore in Europa, è sotto gli occhi di tutti: la società è ricca e sana, aumenta di valore, ma noi, sul campo, stiamo più o meno sempre lì.
Ecco quindi dove risiede – al di la delle capacità indiscusse del tecnico e della sua profonda onestà – il prematuro (ed a ben vedere evidente) tramonto dell’era “Benitez”. Benitez propone (o quantomeno asseconda) un modello Napoli che non esiste: né nella testa dei tifosi e né, cosa ancora peggiore, nella testa del presidente. È esclusivamente per questo motivo che a Napoli il tecnico spagnolo non durerà e non certo per non aver sostituito Callejon con Behrami domenica scorsa, o per ostinarsi a mettere in campo gente che non sta in piedi. Questi sono banali, sebbene gravi, errori tattici; il virus mortale dell’era beniteziana risiede tutto nella strategia.
In ciò che ho detto stanno quindi anche i motivi per cui Mazzarri è durato quattro anni ed è stato indiscutibilmente amato, se non dalla critica, sicuramente dai tifosi, molti dei quali (tra cui, ammetto, da novembre scorso ci sono pure io) lo rimpiangono.
Mazzarri aveva capito TUTTO e ha proposto un Napoli che aveva quale suo principale obiettivo l’Italia, il campionato. Tanto è vero che nell’anno della Champions ha battuto fortemente l’accento sui punti persi e su quanto la scelta di subordinare tutto alla vetrina europea gli fosse stata imposta dalla società.
Non è un caso, quindi, che Mazzarri abbia lasciato il Napoli insieme a Cavani, che non era certo Maradona ma era (ed è) uno capace in Italia (e non solo) di fare la differenza. Con quella cessione il tecnico livornese si è visto privato della più formidabile arma esistente sui campi da gioco nostrani, un’arma attorno alla quale, per quattro anni, ha organizzato tutta la strategia che, passo dopo passo, avrebbe dovuto, alla fine del suo ciclo, portarlo a conquistare lo scudetto.
Non è altresì un caso che abbia lasciato il Napoli per l’Inter. Da buon “opportunista”, quale indubbiamente è, si sarà infatti detto: “se deve essermi imposta la grandezza europea, preferisco che ciò avvenga in una Grande Europea vera (sebbene decaduta), in un luogo, la Milano calcistica, dove questa grandezza comunque si respira nell’aria ed è avvertita dai tifosi come patrimonio comune”.
Pertanto, cari amici, se ambiamo a un futuro ricco di soddisfazioni e non di frustrazioni, mettiamo al bando la grandeur che non ci appartiene e viviamo la Champions, negli anni in cui arriva, per quello che è: una bella vetrina; un’occasione per vivere emozionanti notti di calcio; del tutto subordinata, però, all’obiettivo primario che non può che essere il campionato.
Ne deriva che anche la strategia societaria deve riuscire ad emanciparsi dall’incubo Champions, soprattutto in termini di programmazione economica. Ciò è assolutamente possibile, ma occorre cambiare radicalmente l’impostazione della società, passando dalla one man band aureliana a una compagine fondata su dirigenti competenti sotto il profilo calcistico, su uomini di campo che sappiano “vedere” i giocatori, e su un tecnico con i piedi perfettamente piantati nella realtà organizzativa, tecnica e tattica italiana.
L’Europa – e in parte anche l’Italia – è zeppa di giocatori fortissimi pronti ad esplodere, di campioni ancora integri che hanno vissuto magari stagioni difficili, di giocatori “solidi” che stanno per svincolarsi dai loro club. Andarli a scovare e prendere (vi faccio gli esempi clamorosi di Vidal e Pogba, presi uno per undici milioni ed uno addirittura a parametro zero; oppure di Maicon, preso dalla Roma per un piatto di lenticchie) è compito di una società competente, che sappia interpretare il fair play finanziario per ciò che realmente è, un indirizzo di buona gestione, e non per la sua deformazione “interessata” e cioè un modo per assicurare valore crescente agli investimenti presidenziali a risultati sportivi “immutabili”.
Il Napoli, su questo ultimo versante è in forte ritardo, ma dispone di buone armi e non parte da zero. La società azzurra, grazie anche al suo Presidente, non ha debiti, ha comunque un monte ingaggi importante e dispone di un parco giocatori che, sebbene qui abbiano parzialmente deluso, possono essere ottime pedine di scambio su un mercato ampio come quello europeo (mi riferisco ai vari Inler, Dzemaili, Armero, Vargas, Pandev..e co….).
In questo ambito e con questa impostazione, chiara ed onesta, potremo finalmente restituire una dimensione più sana al nostro parlare di calcio e alla nostra passione di tifosi. Torneremo ad accogliere con soddisfazione un bel terzo/quarto posto, torneremo a gioire per la conquista di una Coppa Italia, sapremo vivere con molto orgoglio e poca delusione un’eliminazione europea e, soprattutto, torneremo a vedere in campo una squadra tosta, che sopperisce con la grinta e l’anima alle lacune tecniche e che magari, in stile Napoli 2010-11, sia capace anche di conquistare l’agognato terzo scudetto.
Di tutto ciò il ritorno di Mazzarri, a fine campionato, costituirebbe, secondo me, il miglior presupposto possibile.
Rosario Tarallo











