A duecento chilometri dal Do Dragão c’era Fátima, forse era il caso di andarci
La società ha toppato. La Lazio è the last dance di Allegri prima del capolinea. Allegri parla di marzo ma di questo passo a marzo ci arriveremo strisciando

The statue of Madonna of Fatima is pictured at the Chapel of the Apparitions in Fatima's Sanctuary on May 12, 2010. Up to 500,000 are expected to attend the mass in the sanctuary's esplanade early Thursday, when Benedict will mark the 93rd anniversary of the Virgin Mary's apparitions to three shepherd children. The incident in 1917 led to the founding of the shrine, one of Christianity's most popular. AFP PHOTO / VINCENZO PINTO (Photo by Vincenzo PINTO / AFP)
Il Napoli sprofonda a Oporto e il colpo lascia stordito un intero ambiente, inchiodato a un castello di illusioni e promesse estive. A meno di duecento chilometri dal Do Dragão c’era Fátima: a questo punto, forse, conveniva fare una tappa devozionale al Santuario, accendere un cero e sperare nell’intercessione divina. Perché la realtà del campo, oggi, è di una crudezza disarmante.
Sia chiara una cosa, senza tanti giri di parole: siamo molto meglio di così, decisamente meglio. Ma dove andiamo di questo passo? Si parla tanto di marzo, la famosa “deadline” fissata da Max per vedere la squadra al top della condizione e della forma. Ma a marzo, con questo ritmo e con questa usura, ci arriviamo strisciando, ridotti male come l’ortolano dopo una giornata di tempesta.I segnali d’allarme c’erano tutti. La sconfitta in terra portoghese era ampiamente pronosticabile, ed era drammaticamente prevedibile che, prima o poi, i nodi dei muscoli tirati al limite venissero al pettine. Eppure, dopo il primo tempo, sembrava ampiamente alla portata. Ai ragazzi, va detto ad alta voce, non si può imputare nulla: hanno dato davvero tutto quello che avevano in corpo. In maniera disordinata, nervosa, ma hanno speso ogni energia. Per fare di più serviva solo schiacciare il tasto “Riavvia partita” sulla PlayStation, azzerare tutto e farsi ridare le carte.
La società ha toppato
Ma la verità va guardata in faccia: la società ha toppato. Ha toppato clamorosamente nel leggere la realtà, nel valutare le risorse e nell’affrontare una stagione con un respiro così corto.
Ora, però, i processi sommari lasciano il tempo che trovano. Servono solo a nutrire le speculazioni da bar, a fomentare i soliti piazzi e a regalare scampoli di gioia ai tirapiedi professionali che non vedevano l’ora di srotolare il manifesto del fallimento. Gli infortuni? Rischierebbero di diventare, ancora una volta, un comodo alibi per nascondere la polvere sotto il tappeto. Parliamoci chiaro: due gol incassati su calcio d’angolo non dipendono dai muscoli affaticati o dalle assenze, ma da disattenzioni a difesa schierata. E su questo non ci sono scuse che tengano. Così come il due a uno scaturisce da un errore banale di Beukema.

L’esonero del tecnico è ormai qualcosa di più di un semplice spiffero: è una probabilità concreta, vicinissima, a meno che Aurelio De Laurentiis non decida di arroccarsi nell’ennesima battaglia d’orgoglio per difendere la propria scelta a tutti i costi. Ma la fotografia simbolica di questa serata sta tutta nei cambi: mentre il Porto buttava dentro forze fresche a ripetizione per cambiare l’inerzia e alzare i ritmi, sulla panchina azzurra c’erano soltanto tre uomini contati, senza alcuna reale possibilità di scelta.
E il calendario, beffardo e implacabile, non concede neanche il tempo di leccarsi le ferite. Domenica c’è la Lazio, capolista feroce e ancora imbattuta. Una sfida che profuma già di capolinea, l’ultimo ballo possibile per Allegri prima della scure definitiva. Ma la domanda vera che ronza nella testa di tutti è un’altra, ed è di un cinismo feroce: se dovesse succedere l’inevitabile e arrivasse un nuovo allenatore, si presenterebbe a Castel Volturno con la magica pozione di Asterix per risanare muscoli e miracoli o con la sottomessa promessa di non avere più alcun obiettivo per cui lottare?
Se penso ai papabili sostituti mi rammarico che uno abbia smesso di allenare, era il solo capace di far risorgere squadre smarrite. Il nome viene facile. Non lo faccio. A novembre, purtroppo, siamo già quasi con un piede e mezzo fuori da tutto.