Allegri sta tornando alle origini, quando era un tecnico visionario

Il suo Napoli è una squadra molto lontana dalla Juventus-di-Allegri, dal Milan-di-Allegri. Ovviamente deve sistemare e dare solidità alla fasi di non possesso

Allegri sta tornando alle origini, quando era un tecnico visionario

Cm Monza 28/10/2026 - campionato di calcio serie A / Monza-Napoli / foto Cristiano Mazzi/Image Sport nella foto: esultanza gol Kevin De Bruyne

Allegri ha ribaltato il suo credo

Il Napoli torna da Monza con tre punti fondamentali. Ma anche con una notizia importante: l’approccio di Massimiliano Allegri alla nuova avventura in azzurro è andato oltre ogni possibile aspettativa. Non nei risultati, la classifica in questo senso è ancora un po’ deficitaria, ma proprio dal punto di vista tattico, quindi filosofico. E no, non è solo una semplice questione di calcio offensivo/calcio difensivo: i principi di gioco che si sono visti a Monza, così come in altre gare di questa stagione, mostrano come Allegri abbia saputo mettersi in discussione, come il suo Napoli sia una squadra molto lontana dalla Juventus-di-Allegri, dal Milan-di-Allegri. È un discorso di sofisticatezza, di ricerca: i tentativi e il lavoro di Max non hanno ancora eliminato i difetti della squadra azzurra, ma cercano di nasconderli, o comunque di renderli meno percettibili, partendo da una base essenzialmente offensiva.

Per dirla in poche parole: a Monza, come successo anche contro Bodo/Glimt e Roma, il Napoli ha impostato una partita primariamente – e quindi puramente – d’attacco. Come se Allegri si fosse reso conto che la sua squadra, di fatto, possa esprimersi bene solo partendo dalla valorizzazione delle sue qualità offensive. Qualità che sono elevate, e in fondo il punto è proprio questo: il tecnico azzurro ha deciso di ribaltare quello che in molti credono sia il suo credo storico, ovvero la tendenza a minimizzare i rischi difensivi e a lasciare libertà assoluta in fase d’attacco.

In questo senso, cioè dal punto di vista della costruzione e della rifinitura del gioco, gli azzurri hanno mostrato un po’ di idee e di soluzioni interessanti, mai viste prima in questa stagione. Un po’ come Allegri, che al Napoli sta un po’ riscoprendo il gusto per la sperimentazione, per l’invenzione. Come se fosse tornato a inizio carriera.

Il vecchio-nuovo Allegri, il vecchio-nuovo Napoli

Adesso magari non lo ricorda più nessuno, ma quando ha iniziato ad andare in panchina Allegri era considerato come un allenatore visionario, spregiudicato. Era un tecnico che amava far praticare un bel calcio. Come il suo mentore Galeone, viene da dire. Il Milan, nel 2010, lo prese dal Cagliari proprio in virtù di questa sua inclinazione verso un certo tipo di gioco. Poi dopo sono successe molte cose, Allegri ha sposato una filosofia più equilibrata, si è (volutamente) trasformato in un tecnico-brand conservativo e conservatore. Il fatto è che adesso a Napoli sta praticamente facendo un tuffo nel passato, ma anche nel futuro.

E la stessa cosa si può dire anche della squadra azzurra. Che a Monza si è presentata con il 4-3-3 della tradizione, ma in realtà questa lettura è vera solo in apparenza: il 4-3-3 disegnato di Allegri per la gara del Brianteo si può definire piuttosto fluido, anzi è un modulo solo nominale. Questo piano-gara è stato pensato e attuato per mandare fuori giri le marcature a uomo predisposte dalla squadra di Juric. In questo senso, per capire cosa intendiamo, ecco due campetti molto significativi:

In alto vediamo tutti i palloni giocati da Mati Olivera, sopra ci sono tutti i palloni giocato da Giovanni Di Lorenzo

Le mappe che vedete sopra non sembrano riconducibili alla prestazione di due laterali difensivi, soprattutto quella di Olivera va a evidenziare i continui movimenti ad accentrarsi dell’uruguagio, le rotazioni con i suoi compagni. Questa fluidità posizionale, come detto, è stata usata come una sorta di grimaldello, ha determinato l’apertura di ampi spazi, soprattutto in profondità: i giocatori del Monza, di fatto, sono stati tirati fuori dalla loro zona e in quella stessa zona venivano gli inserimenti dei giocatori del Napoli. Come in occasione del gol di Hojlund, arrivato dopo 10 minuti di gioco:

Da notare il doppio buco, a centrocampo e dietro la linea difensiva, in cui nascono le giocate di Di Lorenzo e Hojlund

In un contesto del genere, bastano un contrasto e un rimpallo vinto per aprire una doppia voragine. Poi è chiaro: è necessario avere la visione e il piede di Di Lorenzo per servire l’assist che vediamo in questo video, così come occorre che ci sia una punta come Hojlund, un caterpillar perfettamente a proprio agio nel muoversi sulla linea e nell’attaccare la profondità.

Come detto tra le righe, però, questo è un bug del sistema-Juric, quindi del Monza 2026/27: una squadra che ragiona e si muove in modo da esasperare i duelli individuali a tutto campo, che fonda il suo calcio sulla pressione e sui contatti fisici uno contro uno, deve necessariamente lasciare campo nel momento in cui quel sistema finisce per collassare. In questo senso, Allegri è stato bravo a creare le condizioni tattiche per determinare questo collasso, nonché per esaltare – come detto in precedenza – le caratteristiche di alcuni dei suoi calciatori. Hojlund su tutti.

Il (solito) calo di intensità

Il problema è che il gol ha finito per spegnere un po’ l’ardore del Napoli. A dirlo sono i numeri: nel segmento di partita che va dalla marcatura di Hojlund (minuto 10′) al pareggio di Varela (minuto 43′), la squadra di Allegri ha tirato una sola volta in porta – con Lang, da distanza siderale – e ha creato una sola occasione reale, per altro con un’estemporanea incursione aerea di Olivera su cross di Politano. Stop, fine delle trasmissioni.

A quel punto, il (solito) calo di intensità della squadra di Allegri ha finito per dare il via a una vera e propria escalation da parte del Monza, un’escalation che ha portato dritta al pareggio di Varela: gli azzurri sono arretrati sul terreno di gioco, hanno fatto sempre più fatica a costruire dal basso, quindi a uscire dalla pressione avversaria, e infine si sono ritrovati a subire un gol da situazione praticamente statica. Con la difesa schierata:

Il Monza non fa niente di particolare, almeno fino al colpo di testa di Varela, eppure trova il pareggio

In questa azione, da parte del Napoli, è tutto troppo morbido: il mancato raddoppio di Anguissa, il contenimento a rinculo di Politano, la (mancata) chiusura a centro area di Rafa Marín. E il brutto, dal punto di vista della squadra azzurra, sta nel fatto che quest’azione così lineare, così basica, non si origina da una situazione di scompenso, da una palla recuperata in avanti da parte del Monza o da una ripartenza veloce: la difesa azzurra è posizionata e anche allineata bene, al momento del cross il Monza ha cinque giocatori in area ma quelli in maglia grigia sono addirittura otto più Milinkovic-Savic.

Certo, Varela è bravo ad anticipare il movimento giusto e a saltare in terzo tempo su Rafa Marín, ma è chiaro che questo gol è frutto di un momento in cui il Napoli faceva fatica a costruire gioco. E quindi, proprio perché è una squadra con caratteristiche ben definite, l’abbiamo detto finora, faceva anche fatica a difendere.

La ripresa

Il gol di Politano dopo tre minuti esatti del secondo tempo ha fatalmente inclinato la partita di Monza in direzione del Napoli, questo è chiaro. Ma anche il modo in cui è arrivata la rete del 2-1 dice tanto sull’approccio della squadra azzurra. O meglio: sui meccanismi che hanno funzionato durante la partita giocata al Brianteo. Nel caso dell’azione che ha portato al gol di Politano, per esempio, tutto nasce da una verticalizzazione eseguita direttamente da Milinkovic-Savic. Poi c’è un’associazione di McTominay a destra, laddove ricade la palla calciata lunga dal portiere serbo: normalmente quello sarebbe il lato di Anguissa, e invece lo scozzese si inserisce proprio da quella parte, va a contrasto con i giocatori del Monza e così aiuta Politano a riappropriarsi del pallone in zona pericolosa.

Da notare, a inizio azione, il movimento di Olivera verso il centro del campo

Un quarto d’ora dopo questo gol, è arrivato l’uno-due che ha deciso la partita: prima Hojlund – liberato in modo davvero delizioso da Lang a centro area – e poi Rafa Marín hanno portato il Monza a capitolare in maniera definitiva, prima con un tiro da pochi metri e poi con un corner a rientrare appena spizzato nello specchio. Il gol del centrale spagnolo è stato una liberazione, e non solo dal suo punto di vista personale: a quel punto, anche attraverso i cambi, il Napoli ha finito per “stapparsi” definitivamente, per esasperare ancora di più la tendenza alla fluidità, agli interscambi posizionali tra i giocatori. Così il Monza ha perso completamente i suoi riferimenti, e un Napoli ancora più indecifrabile – almeno secondo i canoni classici, vale a dire quelli dei moduli a somma dieci – ha avuto l’opportunità di chiudere la partita e poi di gestirla con calma assoluta.

De Bruyne regista mobile

Da questo punto di vista, l’ingresso di De Bruyne ha dato un ulteriore impulso, un ulteriore segnale di cambiamento in atto. Il belga è entrato al posto di Anguissa e si è messo a giocare da centrocampista centrale accanto a Gilmour, subentrato nel primo tempo all’infortunato Lobotka, con McTominay spostato qualche metro più avanti. Ma in realtà questa spaziatura si può considerare veritiera solo in parte, nel senso i tre centrocampisti hanno ruotato continuamente, sono stati affiancati a turno dai terzini e dai centrali, si sono inseriti spesso in avanti per sfruttare i buchi lasciati dal Monza. Come in occasione del gol dell’1-4, quando Lang ha letto in anticipo un taglio lungo di KDB e l’ha assecondato con un tocco di pregevolissima qualità.

Tutti i palloni giocati da De Bruyne. 53, per la precisione.

Più che il gol, però, la cosa più interessante della partita di De Bruyne sta nel fatto che gli sia bastata mezz’ora per toccare 53 volte il pallone. E ancora: sopra vedete la mappa della sua partita, con tutte le giocate che ha effettuato. Il fatto che accanto a lui ci fosse Gilmour, e che quindi il Napoli fosse schierato con il doble pivote davanti alla difesa, ha permesso al belga di fare una regia ancora più mobile, ancora più dinamica e a tutto campo. È così che la squadra di Allegri ha finito per disattivare completamente il Monza (zero conclusioni tentate dalla squadra di Juric dal 63esimo al fischio finale) e ad accumulare un possesso palla bulgaro – addirittura il 79% nell’ultima mezz’ora di gioco.

Anche questo è un segnale piuttosto chiaro: per quanto il test contro il Monza non possa – e quindi non debba – essere considerato così probante, così indicativo, resta il fatto che il Napoli si è difeso molto meglio con la palla tra i piedi che lasciando il possesso agli avversari. E ci è riuscito ancora meglio nel momento in cui, con De Bruyne, Gilmour, McTominay e anche Vergara schierati tutti insieme contemporaneamente, ha aumentato la cifra tecnica presente in campo.

Conclusioni

Ci scommettiamo: Allegri farà tutto il possibile per sistemare la fase di non possesso del suo Napoli, per dare maggiore solidità alla squadra azzurra, per controllare e gestire le partite con più calma, senza dover giocare sempre ad alta intensità. Al di là della retorica per cui gli attacchi vincono le partite e le difese vincono i campionati, infatti, è impossibile credere che il Napoli possa continuare a giocare in questo modo per tutta la stagione. Allo stesso tempo, però, va anche detto che gli azzurri sono reduci da una striscia da 15 gol segnati in 6 partite (in realtà 5, perché c’è stato lo 0-1 di Venezia).

È un dato che, in qualche modo, dimostra quanto detto nella primissima parte di questa analisi: ora come ora, il lavoro di Allegri sta dando i suoi frutti soprattutto in avanti, in attacco. E non è una cosa da poco, a maggior ragione se pensiamo alle partite offensivamente abuliche giocate dal Napoli in avvio di stagione – contro il Como, contro l’Arsenal, contro il Bologna e contro la Fiorentina.

La vittoria di Monza non ha certamente sistemato del tutto la classifica del Napoli, e forse non ha cancellato quelli che sono i difetti e i problemi tattici della squadra di Allegri. Ma ha trasmesso dei messaggi inequivocabili sul suo valore, su quelle che sono le inclinazioni e le preferenze dei giocatori che la compongono. Il fatto che il nuovo allenatore stia riuscendo a sintonizzarsi su certe frequenze, al punto da mettere in discussione quella che è la sua essenza, deve essere accolto per quello che è: una notizia promettente in vista di tre partite decisive – Juventus, Porto e Lazio in sette giorni – e del resto della stagione.