“Vince chi ha la rosa che vale di più” spiega tanto nel calcio ma non tutto
Il Napoli finora ha perso contro rose che valevano di più (Como compreso) e vinto contro quelle che valevano meno. Ma una società lavora anche per colmare deficit di valore

Arsenal's Norwegian midfielder #08 Martin Odegaard (L) fights for the ball with Napoli's Italian midfielder #26 Antonio Vergara during the UEFA Champions League - League Phase, Matchday 1 - football match between Napoli and Arsenal at the Stadio Diego Armando Maradona in Naples on September 9, 2026. (Photo by Filippo MONTEFORTE / AFP)
Il valore della rosa non segna. Ma per ora non perde
Cinque squadre, cinque partite ciascuna. Troppo poco per fare scienza. Abbastanza per incrinare qualche certezza.
Il calcio ama definirsi imprevedibile. Forse è così, altrimenti non pagheremmo il prezzo del biglietto e la domenica si passerebbe in maniera probabilmente più sana. Però ogni tanto i numeri disturbano la poesia. Prendiamo Napoli, Como, Inter, Genoa e Arsenal. Guardiamo le ultime cinque partite di ciascuna e confrontiamo i risultati con il valore attuale delle rose, dopo la chiusura del mercato. Niente algoritmi, niente expected goals, niente IA. Partiamo con una domanda iniziale: quanto conta il valore della rosa nel risultato di una partita?
Secondo Transfermarkt, oggi la fotografia è questa:

Sono stime. Nessuno garantisce che mettendo venticinque calciatori contemporaneamente sul mercato si incassino esattamente quelle cifre, ma servono a rappresentare la gerarchia relativa del capitale sportivo. Il valore di Transfermarkt non misura quanto capitale sia stato effettivamente investito: è una proxy del valore economico del capitale sportivo disponibile. Chiariamoci subito: il Como non è Davide con la fionda. La sua rosa val più di quella del Napoli. Davide, evidentemente, ha trovato un buon finanziatore.
Ora passiamo alle partite.
Il Napoli ha battuto Genoa e Bologna e perso contro Como, Inter e Arsenal. Il Como ha pareggiato con l’Udinese e battuto Napoli, Genoa, Lipsia e Parma. L’Inter ha vinto contro Monza, Cagliari, Napoli e Udinese e perso contro il Real Madrid. L’Arsenal ha vinto cinque volte. Il Genoa ha battuto l’Ascoli, pareggiato con il Frosinone e perso contro Napoli, Lazio e Como.
Poiché alcune delle cinque squadre si sono affrontate fra loro, le venticinque osservazioni corrispondono a venti partite diverse. Il risultato del piccolo esperimento è questo:

In venti partite, la squadra con la rosa meno valutata ne ha vinta una sola: il Como contro il Lipsia, ma la differenza di valore è minima. Prima di chiedere la pubblicazione su Nature, conviene essere seri. Venti partite sono pochissime. L’esercizio non considera partite in casa e trasferta, infortuni, espulsioni, calendario, momento di forma o qualità dell’allenatore. Utilizziamo inoltre i valori attuali post-mercato anche per alcune partite disputate precedentemente. Attenzione: l’esercizio non pondera neppure l’ampiezza della differenza di valore: essere sotto del 2% non è la stessa cosa che esserlo del 200%. (questo lo faremo quando ci saranno più dati per questa stagione). Il risultato è quindi un indizio, non una legge. Però è un indizio piuttosto acuto: diciassette volte su venti ha vinto la rosa di maggior valore. In altre due non ha perso. Una sola volta ha vinto quella di minor valore.
Il tasso di conversione
Da qui arriva la seconda domanda. Perché avere più capitale sportivo è una cosa. Saperlo trasformare in risultati è un’altra. Possiamo provare a misurarlo con un piccolo indice descrittivo. Chiamiamolo, senza pretese accademiche, conversion ratio: quanti punti una squadra raccoglie rispetto a quelli disponibili quando parte con una rosa di valore superiore.

La tabella racconta qualcosa che il valore della rosa non racconta. Arsenal e Inter trasformano integralmente la propria superiorità economica in punti. Il Como quasi, ma è anche l’unica delle cinque squadre ad aver raccolto tre punti contro una rosa valutata più della propria. Il Genoa meno. E il Napoli? Quando dispone della rosa di maggior valore fa sei punti su sei. Quando affronta una rosa valutata di più fa zero punti su nove. Questo significa che, nel campione considerato, il Napoli non sembra avere un problema di conversione quando dispone del “capitale sportivo superiore”. Fa esattamente ciò che dovrebbe fare. La questione emerge quando quel vantaggio non c’è. Qui che il concetto di conversione diventa più interessante.
Una società non è condannata a perdere semplicemente perché possiede una rosa meno preziosa. Può ottenere un rendimento superiore al capitale sportivo disponibile attraverso una serie di fattori che non compaiono direttamente nel valore dei singoli calciatori: qualità del reclutamento, compatibilità della rosa, allenatore, preparazione, struttura tecnica, settore medico, analisi dei dati, continuità, leadership, incentivi, capacità di sviluppare i giocatori e velocità nel correggere gli errori.
In finanza qualcuno parlerebbe di alpha: il rendimento ottenuto oltre quello che il rischio assunto e il benchmark di riferimento farebbero attendere. Con molta prudenza, possiamo immaginare qualcosa di simile nel calcio: risultati superiori a quelli che la gerarchia del valore delle rose farebbe prevedere.

Quanto conta e pesa l’organizzazione di un club
Il conversion ratio e l’alpha, però, non sono la stessa cosa. Il primo misura quanto bene una squadra trasforma in punti una situazione nella quale parte con un capitale sportivo superiore. L’alpha prova invece a descrivere il rendimento aggiuntivo quando quel vantaggio non c’è.
Nel nostro campione il Napoli mostra un conversion ratio del 100% quando parte sopra, ma finora nessun rendimento aggiuntivo osservabile quando parte sotto.
Il valore della rosa è l’input. L’organizzazione e l’uso degli altri fattori decidono quanto rendimento estrarne. Due squadre da 500 milioni non sono necessariamente la stessa squadra, così come due aziende con lo stesso capitale non producono necessariamente lo stesso utile. Qui gioca il ruolo della società.
Comprare valore è allocazione di capitale. Trasformare quel valore in una squadra è capacità organizzativa. Trasformare la squadra in risultati è rendimento sportivo. Poi il circuito torna indietro, perché quei risultati producono qualificazioni europee, premi, broadcasting, sponsor, pubblico, reputazione e valorizzazione dei giocatori. E quindi nuova capacità economica. Non sono quattro attività separate. Sono parte della stessa struttura aziendale.
Il club genera risorse, le risorse costruiscono capitale sportivo, l’organizzazione lo trasforma in rendimento e il rendimento torna ad alimentare il valore del club. Quando il circuito funziona sembra semplice. Quando non funziona, di solito si discute del gap della rosa. Manca l’attacco, la difesa non funziona, il centrocampo è vecchio. (suona familiare?)
Qui il Napoli diventa particolarmente interessante. Football Benchmark attribuisce al club un enterprise value di circa €967 milioni, contro €2,137 miliardi dell’Inter e €4,93 miliardi dell’Arsenal. Il valore d’impresa misura naturalmente qualcosa di molto più ampio della rosa: ricavi, redditività, prospettive economiche, capacità commerciale e posizione competitiva. Questa differenza rende utile il confronto.
Il Napoli è quasi un miliardo di impresa calcistica, ha vinto, vuole restare ai vertici in Italia e competere stabilmente in Europa. Il suo capitale sportivo attuale, però, è valutato significativamente meno di quello di Inter, Como e Arsenal. Questo non significa che debba semplicemente spendere di più. Per capirsi non basta caccia’ e sord. Spendere di più è facilissimo. Spendere bene è il vero mestiere.

Napoli ha costruito buona parte del proprio successo proprio generando più valore di quanto suggerissero le risorse iniziali. È qui che entra il conversion ratio. Se una società vuole competere stabilmente contro club che dispongono di maggiore capitale sportivo, ha sostanzialmente due possibilità.
Può ridurre il divario di capitale, costruendo una rosa di maggior valore. Oppure può produrre sistematicamente un rendimento superiore dal capitale che possiede: reclutare meglio, sviluppare meglio, organizzare meglio, allenare meglio e correggere prima. Idealmente dovrebbe fare entrambe le cose.
Se non riesce né a ridurre il divario né a compensarlo attraverso un rendimento organizzativo superiore, rimane una terza possibilità: riallineare l’ambizione al capitale sportivo disponibile.
Trasformare il capitale sportivo
Nel nostro campione di cinque partite il Napoli sembra convertire perfettamente il vantaggio quando lo possiede, ma non produce ancora quel rendimento aggiuntivo quando parte economicamente sotto. Cinque partite non permettono di stabilire che questo sia un problema strutturale. Permettono però di formulare finalmente la domanda più giusta. Il capitale sportivo costruito dal Napoli, insieme alla capacità dell’organizzazione di estrarne rendimento, è sufficiente per la posizione competitiva che il club vuole occupare?
Qui sta il vero punto. Se l’ambizione è superiore al capitale sportivo disponibile, l’organizzazione deve colmare la differenza. Se l’organizzazione non riesce a colmarla con continuità, bisogna aumentare il capitale sportivo. Non si può pretendere indefinitamente che la distanza la cancelli le regole del pallone. Allora le cinque partite suggeriscono una conclusione forse più scomoda della solita discussione sull’allenatore.
Il Napoli, almeno finora, non sembra rendere meno di quanto vale la propria rosa. Potrebbe stare rendendo esattamente quanto vale. Se è così, il problema non nasce al novantesimo minuto. Nasce molto prima, quando si decide quale squadra costruire e quale rendimento quell’organizzazione deve essere capace di estrarne.
Il mercato non fa la formazione, naturalmente, ma determina, in teoria, quanto capitale sportivo entra nello spogliatoio. L’organizzazione decide quanto calcio ne esce. La classifica, con pochissima discrezione, finisce per pubblicare entrambi.