Shelton fino a 20 anni non se lo filava nessuno: “E io pensavo che il tennis fosse una schifezza”
L'intervista a L'Equipe: "Mi annoiava, mi piaceva il football, dove è facile sfogare la rabbia: basta un bel placcaggio!". Ha cominciato a 11 anni, a 15 anni non era niente di che

USA's Ben Shelton hits a return against Spain's Carlos Alcaraz during the men's singles quarter-final tennis match on day ten of the US Open tennis tournament at the USTA Billie Jean King National Tennis Center in New York City on September 9, 2026. (Photo by Leonardo MUNOZ / AFP)
Ben Shelton ha appena battuto Alcaraz ai quarti di finale dell’Us Open. La partita, finora, del torneo. Finita oltre le tre del mattino (record nella storia di Flushing Meadows) 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6). “Ecco perché amo questo sport”, ha detto. Solo che non è che prima lo amasse, anzi. Con un padre, Bryan, ex pro che ora gli fa coach, una madre (Lisa) e una sorella maggiore (Emma) che giocavano, e uno zio (Todd Witsken) anch’egli ex professionista, arrivato al numero 43 del mondo nel 1989 prima di morire di cancro al cervello a 34 anni, Ben Shelton aveva il tennis nel sangue ma non nella testa. “Pensavo fosse uno sport noioso, una schifezza!”, dice intervistato da L’Equipe. E’ sempre stato un bel tipino.
Il football americano sta a Shelton come lo sci sta a Sinner
Preferiva il baseball per la sua natura di squadra e il football americano per la fisicità, ricorda il giornale francese. Quarterback mancino di talento, amava giocare anche come linebacker in difesa, dando la caccia agli avversari. “Il vantaggio del football, è che è facile sfogare la rabbia: basta fare un bel placcaggio!”. Il football sta a Shelton come lo sci a Sinner, per capirci.
“Quando vede l’avversario lottare duramente dall’altra parte della rete, lui combatte ancora più forte”, conferma il padre. “Che si tratti di dama, scacchi o basket… non fa differenza: Ben è lì per vincere”, dice l’allenatore Scott Perelman, che lo conosce da una dozzina d’anni e gli ha fatto da mentore mentre lavorava come assistente del padre all’Università della Florida, a Gainesville.
Quello di Shelton è il percorso di un bambino che, quasi appena smesso di gattonare, mostra eccezionali doti atletiche. “A due anni, o due anni e mezzo, andava già in bicicletta senza rotelle”, racconta il padre. “A tre anni, ogni volta che andavamo a trovare mia sorella, si tuffava nel lago lì vicino… facendo una capriola! Pensavo tra me e me: ‘Che razza di bambino è? Chi fa una cosa del genere?'”. Eppure, mentre i suoi futuri rivali impugnavano le prime racchette a quattro o cinque anni, il giovane americano evitava deliberatamente la pallina gialla.
Un “animale selvatico e uno spirito libero”, dice ancora Perelman: voleva “sempre prendere le proprie decisioni”. Il tennis era la passione di papà. Quindi, non sarebbe stata la sua. “Il tennis non sarà mai il mio sport. Non mi vedrete mai prendere in mano una racchetta da tennis, continuava a ripetere, guardandomi dritto negli occhi. Aveva dieci anni, la sicurezza di un bambino spensierato e un modo di esprimersi provocatorio”.

Una piccola lezione per i genitori di piccoli atleti
Cominciò solo a 11 anni. La famiglia si era appena trasferita da Atlanta a Gainesville, in Florida, dove il padre era stato nominato capo allenatore della squadra maschile dei Florida Gators. “Bryan aveva iniziato a portare agli allenamenti Emma, la sorella di Ben”, racconta Perelman. “Un giorno, Benny chiese al papà: ‘Posso venire anch’io?’. Credo fosse un po’ geloso!”. Bryan Shelton acconsentì, ponendo le stesse condizioni stabilite per la sorella. “L’unico momento in cui potevamo allenarci insieme era la mattina presto, dalle 6 alle 8”, spiega. “Dovevamo alzarci alle 5, mangiare qualcosa al volo e correre in campo. Dissi a Ben che doveva puntare la sveglia: se non si fosse svegliato, saremmo partiti senza di lui”. Immaginate il calvario per un ragazzino delle scuole medie. “Cavolo, era dura”, sospira lui. “Se non sentivo la sveglia, o mi costringeva a correre fino al campo, oppure perdevo l’allenamento”. “E se voleva tornare il giorno dopo”, aggiunge il padre, “doveva pagarmi una sorta di multa: 5 o 10 dollari”. Quanto gli sono costate quelle sveglie mancate? “Sarà successo due o tre volte, e ha capito l’antifona. Non voleva che accadesse di nuovo… Perché ama i soldi!”. In appena tre stagioni complete nel circuito, ha già incassato oltre 12 milioni di euro in premi.
“La verità è che, quando Ben aveva 14 o 15 anni, il suo tennis non aveva nulla di eccezionale”, afferma Perelman. E lui stesso conferma: “A 15 o 16 anni, onestamente, non ero molto bravo!”. Ha giocato pochissimo nel circuito juniores: appena quattro tornei tra il 2019 e il 2020, tutti negli Stati Uniti, senza ottenere risultati di rilievo. “All’epoca”, ricorda Perelman, “chiese al padre: ‘Papà, quando giocherò tornei internazionali?’. Il padre rispose: ‘Non sei nemmeno il miglior giocatore della Florida; perché vuoi giocare all’estero?'”. Ben non avrebbe messo piede fuori dagli Stati Uniti fino al dicembre 2022, all’età di 20 anni. Alla Buchholz High School di Gainesville, dove ha giocato per due anni, “nessuno pensava che sarebbe diventato professionista”, dice Spencer Dorosheff, suo compagno di squadra nei Bobcats. “Non era il prodigio di cui tutti parlavano come futura stella. C’erano molti giovani giocatori negli Stati Uniti più bravi di lui. Per lui tutto è arrivato più tardi”.