Nuovo Cinema Paraticio: Paratici riporta la Fiorentina alla casella di partenza
Scarica Vanoli per "il profilo giusto" Grosso. Per poi scoprire che tanto giusto non era. E si torna a Vanoli. Ha sconfessato pure il mercato di gennaio. Ma gode di ottima stampa e guai a chi lo tocca

Db Verona 0404/2026 - campionato di calcio serie A / Hellas Verona-Fiorentina / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Fabio Paratici
Paratici e il gioco dell’oca
Programmazione e visione strategica? Macché, gioco dell’oca: la Fiorentina torna alla casella di partenza.
Era il 18 giugno, quando Fabio Paratici, un dirigente che gode di ottima stampa, spiegò la scelta di Fabio Grosso al posto di Paolo Vanoli sulla panchina viola: “Lui ha fatto un grandissimo lavoro e noi lo abbiamo supportato per farlo rendere al massimo”.
Quando si parla così, c’è sempre un ma che ti frega: “Però si è chiamati a prendere delle decisioni, che non sono basate su quello che una persona ha fatto, ma se sei un capo devi decidere su quello che si potrà fare”. Ed ecco il risultato di tale pensosa ponderazione: “Grosso è il profilo giusto per ciò che abbiamo in testa di costruire”. E il suo curriculum? Mediocre, ma se uno ha il “profilo giusto” che gli vuoi dire? Le giovanili alla Juventus, Bari in B senza infamia e senza lode, tre esoneri consecutivi a Verona, Brescia e Sion, una promozione in A col Frosinone, un esonero a Lione, due discreti anni al Sassuolo, dove però fanno bene tutti. “Vogliamo un allenatore moderno, che ragioni in modo dirigenziale, deve lavorare sul campo, ma anche conoscere tutto ciò che ruota attorno al club. Caratteristiche che abbiamo trovato in Grosso”. Caratteristiche però evidentemente perse ieri sera. Perse da Grosso, ma miracolosamente trovate da Vanoli, che tre mesi fa non le aveva.

È solo una mosca cocchiera?
Dirigente fortunato, Paratici: accolto a Firenze come un Messia, addirittura omaggiato dai cori del Franchi alla prima apparizione ufficiale in Coppa Italia contro il Benevento, ha già bocciato sé stesso sia per il mercato di gennaio – cinque arrivi, Harrison, Solomon, Rugani, Fabbian, Brescianini, confermando solo quest’ultimo che non pare certo un McTominay – che per la scelta dell’allenatore “costruttore”. E Kean? “Non lo vendiamo, ma se lo vendiamo ne arriva uno più forte o altrettanto forte” ha detto alla vigilia di Roma-Fiorentina: ed ecco Beto.
Nel calcio, si sa, i giudizi si ribaltano in fretta: a lui l’onere di dimostrare di non essere una mosca cocchiera. Sì, perché sotto la guida di Marotta, ha fatto benissimo: senza di lui, che ha continuato a vincere all’Inter, ha contribuito a sfasciare i conti della Juventus, ha preso 30 mesi di squalifica per aver costruito un sistema “grave, ripetuto e prolungato” di plusvalenze fittizie – ma lui séguita a dire di non aver fatto niente di sportivamente illecito, ah beh, se lo dice lui – ha avuto un’esperienza non memorabile al Tottenham e ha contribuito alla peggior partenza della Fiorentina nel suo primo secolo di vita. Complimenti vivissimi.