La tragedia di Pietralata e il significato della parola inclusione

I genitori che si sono tolti la vita con la figlia disabile Bianca di cinque anni. E la frase d'addio: "Da soli non ce la facciamo"

La tragedia di Pietralata e il significato della parola inclusione

Diverse Employee inclusion and united workers in the workplace as diverse people working together in society for tolerance and respect of multicultural business integration in a 3D illustration style.

L’ossessione del “che sarà di Bianca dopo di noi”

“Da soli non ce la facciamo”. Questa la terribile frase scritta sull’ultimo biglietto prima che Valentina Pambianco e Luca Abbasciano si uccidessero con la figlia disabile Bianca di appena cinque anni. Non è un grido d’aiuto. Non se ne aspettavano da nessuno più. Ma quella frase è un duro atto d’accusa. Alla società intera e ad ognuno di noi singolarmente. Sapevano che nessuno avrebbe potuto aiutarli. E forse addirittura che nessuno si sarebbe nemmeno posto il problema. E l’ossessione del “che sarà di Bianca dopo di noi” ha preso il sopravvento nella forma più drammaticamente estrema. O forse anche la presa d’atto di non avere soldi a sufficienza non solo per garantire un domani ma neanche per affrontare l’oggi. La strada più ovvia nel commentare questo evento mostruoso è alzare il dito contro la politica. Di ieri, oggi e domani. Che del grande problema che vivono le famiglie nelle quali vi è un disabile non si è mai occupata con provvedimenti incisivi. Salvo qualche pallido lampo, come nel caso di Renzi, pur sempre utile ma non in grado di rovesciare la situazione. Su questi temi scrive in modo lucido, razionale e struggente Enzo d’Errico sul Corriere della sera. E mi associo al suo invito a non lasciarsi andare a giudizi etici e moralistici. Quel tipo di disperazione la può capire soltanto chi la prova.

Il dramma del futuro

Le famiglie di cui parliamo devono affrontare spese consistenti per accudire e far crescere per quanto possibile i figli perché le strutture pubbliche sono poche ed offrono poco. Ma il vero dramma che logora la vita dei genitori è quello del futuro. Quando noi non ci saremo più che ne sarà di nostro figlio? Chi se ne prenderà cura? A chi ed in quali modi potrà rivolgersi se sta male? È ancora di più se viene maltrattato? A mio avviso la politica fa poco o nulla principalmente perché poco o nulla le viene chiesto dai cittadini. Fatto salvo da quelli direttamente colpiti dal problema. La problematica è sostanzialmente ignorata dai più. E questa è la testimonianza della sempre più spinta mancanza del senso di comunità. La terza gamba del trittico dei rivoluzionari francesi “fraternité” è risultata sostanzialmente un fallimento. Eppure – lo dico in modo iperbolico e soltanto per provare a disegnare una approssimativa dimensione economica – basterebbe che la metà delle famiglie italiane accettasse di donare un piccolo contributo annuo per poter cominciare ad affrontare massicciamente le spese necessarie.

Siamo ancora interessati a un senso di comunità?

Sia chiaro non sto chiedendo di aprire una sottoscrizione. Ma soltanto di riflettere che sulla questione c’è sostanzialmente disinteresse sociale, e quindi politico. Sul tema insomma c’è la quasi totale assenza di sensibilità collettiva. Nessuno ha avuto la benché minima sensazione di quale disperante solitudine avesse avvolto quella famiglia. Precipitandola verso la più estrema delle scelte. Parenti. Amici. Conoscenti. Vicini… Eppure la parola inclusione è tra le più abusate nel nostro mondo. Nei programmi di partiti politici, di candidati sindaci o alla carica di presidente della regione, di candidati rettori… Tutti parlano di inclusione. Ma essa è largamente trascurata tanto da apparire quasi come un tic del linguaggio woke.

Il paradosso della vita contemporanea è che essa offre un mare di possibilità di rapporti individuali favoriti dalla velocità e dalla semplicità dei rapporti, delle comunicazioni, degli spostamenti. Per cui potenzialmente si dovrebbero e potrebbero sviluppare larghe comunità. Il problema vero non è chiedersi se esiste ancora un senso di comunità ma se siamo ancora interessati ad esso. A sostenerne il prezzo. I sacrifici. Perché la comunità è anche un luogo di condivisione di sofferenza e di problemi. Il punto chiave per sollecitare la politica ad interventi significativi a sostegno delle famiglie con figli disabili è diciamolo pure tanto complesso da affrontare che quasi prende il sopravvento la scelta di non far nulla. Si dovrebbe produrre una trasformazione nelle coscienze individuali che porti a vivere il problema come un’emergenza nazionale. Soltanto questo può portare ad un movimento di opinione così incisivo da indurre la politica ad intervenire con efficacia e decisione. Si potrà mai fare?