Giudicare Allegri dopo cinque partite significa ignorare di cosa è capace – Podcast
Nuova puntata di Antifútbol col giornalista milanese Enrico Leo: "le sue partenze diesel raccontano un'altra storia. È uno dei tecnici che ha fatto più fatica ad adattarsi alle cinque sostituzioni"

Ci sono le partenze lente di Allegri al centro della nuova puntata di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentiis 29 realizza con il Napolista. La vittoria sul Bologna ha tolto un po’ di pressione al tecnico livornese e ha zittito, almeno per il momento, chi era già pronto a fargli il funerale sportivo — con tanto di Palladino dato in arrivo a Castel Volturno. “Non è questo il giorno”, per citare il film. E allora ci chiediamo quante possibilità abbia Allegri di sopravvivere anche a questa falsa partenza. Ospite d’eccezione: Enrico Leo, giornalista sportivo settentrionale e — dettaglio che qui lo rende quasi un alieno — milanista, uno che Allegri lo studia da vicino da molto prima di noi.
Le partenze lente di Allegri: metà mito, metà metodo
La prima cosa che dice Leo è controintuitiva: il mito delle false partenze va ridimensionato. Allegri ha avuto avvii lentissimi (le due stagioni a Cagliari, la Juve 2015-16 con appena 11 punti in 10 gare) ma anche partenze fortissime: 25 punti al primo anno alla Juve, 22 nelle prime 10 del Milan dello scudetto, addirittura 21 nel Sassuolo di Serie C. La regola, semmai, è un’altra: Allegri rallenta quando gli cambiano il giocattolo, cioè quando la rosa viene rifondata e lui deve “annusarla” per capire su chi contare. E c’entra la preparazione: per anni il suo fidato preparatore Foletti faceva carburare le squadre da metà ottobre in poi. È la lettura controcorrente che il Napolista porta avanti da settimane, dai fiumi di livore attorno al tecnico fino alla vittoria di garra sul Bologna.
La tesi originale: l’Allegri dei tre cambi e quello dei cinque
Il passaggio più affilato della puntata è una correlazione a cui in pochi hanno pensato. C’è un Allegri dei tre cambi — mago delle sostituzioni decisive, quando dalla panchina pescava un Cassano che spaccava la partita — e un Allegri dei cinque cambi, che dal post-Covid ha vinto molto meno. Con cinque slot, le sue squadre — che danno il meglio nella parte centrale della gara — perdono il vantaggio fisico, perché anche l’avversario tiene alta l’intensità fino alla fine. Non tutti gli allenatori della “vecchia guardia” si sono adattati: e Allegri, sostiene Leo, è tra quelli che hanno faticato di più.
Gli spogliatoi ricostruiti: da Bonucci sullo sgabello ai big della Juve
L’altro marchio di fabbrica è la capacità di rimettere in discussione lo spogliatoio. Gli esempi non mancano: Bonucci messo sullo sgabello nel 2017; la Juve 2015-16 che dopo il ko col Sassuolo si presenta in conferenza con Buffon, Barzagli e Chiellini (“la ricreazione è finita”) e poi fa 80 punti nelle restanti 28 gare, sorpassando il Napoli di Sarri e Higuaín; il rilancio di Rabiot da oggetto misterioso a titolare; la fiducia a un giovane come Bartesaghi. Allegri è questo: uno che quando gli arriva gente nuova ci mette un po’ ad annusare, poi rompe le gerarchie e riparte.
E a Napoli? De Bruyne, McTominay e il centrocampista che manca
La parte più ghiotta, per noi, è quella sul Napoli di oggi. Secondo Leo, all’inizio Allegri non aveva capito come incastrare De Bruyne: lo immaginava come un Modric, un regista avanzato con due-tre corridori intorno, ma il belga ha perso mobilità dopo gli anni al City. McTominay sarebbe lo “shadow striker” perfetto per le sue idee, ma è anarchico: Conte gli dava libertà, Allegri all’inizio l’ha “castrato”. Su Gilmour Allegri “straveda”, solo che non sa come farlo coesistere con Lobotka; e c’è la tentazione — non ancora osata — di riadattare Vergara da mezzala, in versione Vidal. Quello che manca, dice Leo, è un centrocampista alla Marchisio: ecco perché a gennaio la prima richiesta sarà lì. E si spiega anche il Gabriel Jesus inseguito sul mercato: una seconda punta pesante accanto a Hojlund, sulla scia dei tandem Higuaín-Mandzukic. Mercato bloccato dalle liste, e allora Allegri si reinventa con quel che ha — con il 4-3-3 tenuto anche col mare in burrasca come primo, vero segnale.
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Quante vite ha Allegri? La sfida col palato raffinato di Napoli
La domanda finale è la più napoletana di tutte. De Laurentiis sogna il suo Ferguson, un rapporto lungo con l’allenatore, ma la storia dice che raramente supera le due stagioni. Allegri ha un triennale, e Leo scommette che possa arrivare in fondo. Il vero nodo, però, è ambientale: il tifoso del Napoli ha scoperto il piacere di vincere giocando bene con Spalletti e con l’etica del lavoro di Conte. Allegri non è né l’uno né l’altro: è un pragmatico, uno che il gol lo trova sull’episodio. La domanda, allora, è se una piazza dal palato ormai raffinato accetterà di vincere “così e così”. “Quante vite ha Allegri?”, si chiede Leo. “Molte.” Il resto, come sempre, lo dirà il campo. Buon ascolto.