De Laurentiis premiato ed elogiato all’estero. Da noi, deve chiudere i commenti per la barbarie che impera
FUTBOLPOLITIK - Il sintomo di una deriva culturale. L'uomo che ha vinto due scudetti, sfidato e battuto l'establishment del Nord, da noi deve erigere barricate digitali per difendersi dalla fogna di insulti, minacce e frustrazioni di un manipolo di incivili seriali.

Mg Napoli 23/05/2025 - campionato di calcio serie A / Napoli-Cagliari / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis
L’Associazione della Stampa Estera in Italia ha conferito ad Aurelio De Laurentiis il “Premio alla Carriera dell’Anno 2025 virtù dell’impegno costante nel dare opportunità ai giovani di Napoli, promuovendo lo sport come strumento di crescita, inclusione e valore sociale e valorizzando, innovando e portando avanti con professionalità e spirito imprenditoriale la SSC Napoli”.
Le parole scritte dal presidente del Napoli sui canali social testimoniano un riconoscimento di eccezionale rilievo, giunto da chi osserva il nostro Paese da una prospettiva terza, imparziale ed esente dai condizionamenti delle dinamiche locali. Eppure, proprio questa premiazione riporta a galla una clamorosa stortura tutta italiana: l’incapacità cronica di riconoscere il merito di chi ha lottato per rivoluzionare il sistema.

Il paradosso mediatico
Esiste un palese paradosso mediatico che coinvolge De Laurentiis: da un lato, i media internazionali e gli osservatori stranieri ne celebrano la visione manageriale, la capacità di coniugare i risultati sportivi con una gestione finanziaria immacolata, e l’impatto sociale che la sua leadership ha generato sul nostro territorio. Dall’altro lato, in patria, il patron azzurro si trova costantemente al centro di un fuoco incrociato. Da una parte vi è una certa frangia della piazza partenopea che lo contesta a prescindere, incapace di emanciparsi da un’emotività distruttiva, infantile e da una irriconoscenza d’intoppo; dall’altra vi è un panorama mediatico nazionale che guarda al De Laurentiis imprenditore con malcelato fastidio.
Il motivo di questa insofferenza è chiaro: De Laurentiis rappresenta un elemento di disturbo per il mainstream del calcio italiano. Per decenni, la narrazione e le gerarchie del pallone nostrano sono state plasmate attorno all’asse milanese e alla Juventus, alimentando un sistema spesso fondato sull’esposizione debitoria e sul dovere di restare fedeli ai vecchi blocchi di potere. De Laurentiis ha mandato in frantumi questo paradigma, dimostrando che è possibile vincere scudetti, competere stabilmente in Europa e valorizzare un brand globale partendo dal Mezzogiorno, il tutto mantenendo i bilanci in perfetto equilibrio ed evitando le voragini finanziarie che hanno travolto blasonate concorrenti.
Ridisegnare la geopolitica del calcio italiano senza chiedere il permesso all’establishment è stato il suo grande peccato originale. Aver mostrato che la sostenibilità economico-finanziaria non è un limite, bensì un punto di forza imprenditoriale, ha smascherato le fragilità altrui, attirandosi l’ostilità di chi preferisce i vecchi equilibri protetti.

Il clima di tossicità che avvolge l’uomo che ha vinto due scudetti a Napoli
Ciò che rende la situazione ancora più grottesca è il clima di tossicità che circonda la sua figura sul piano comunicativo. La stampa estera ne elogia la capacità di promuovere lo sport come strumento di crescita e inclusione sociale per i giovani di Napoli, ma sulla sfera pubblica digitale “O’Presidè” si vede costretto a blindare i propri profili. Che Aurelio De Laurentiis sia stato spinto a disattivare la sezione commenti sotto i suoi post su X per difendersi dalla barbarie verbale, dagli insulti gratuiti e dall’aggressività di soggetti incapaci di mantenere un minimo di senso civico e di educazione, è una sconfitta sconcertante.
È il sintomo di una deriva culturale dove il rancore prevale sul giudizio critico e dove l’inciviltà ammazza il dibattito. Pazzesco: mentre l’estero riconosce e premia il valore di un progetto imprenditoriale e sociale vincente, una fetta di pubblico paisà preferisce arroccarsi nell’insulto da tastiera. È semplicemente scandaloso che il presidente della squadra che ha appena vinto due Scudetti dopo decenni, un uomo premiato nel mondo per il valore sociale e manageriale, debba erigere barricate digitali per difendersi dalla fogna di insulti, minacce e frustrazioni di un manipolo di incivili seriali.
Questa non è tifoseria, non è critica e non è passione ma barbarie verbale allo stato puro, lasciata a briglia sciolta, il veleno sputato da chi, incapace di costruire, sa soltanto distruggere dal basso del proprio anonimato.