Menefreghisti se tacciono, presuntuosi se parlano: dietro il caso Ceuta, non perdoniamo ai calciatori di pensare

Riflettendo sul gesto di Mbappé, Vinicius e Alexander-Arnold con la maglia per Ceuta, Maurizio Crosetti su Repubblica coglie il paradosso: i calciatori sono considerati menefreghisti se non si espongono, e milionari presuntuosi se prendono posizione. Comunque facciano, sbagliano.

Menefreghisti se tacciono, presuntuosi se parlano: dietro il caso Ceuta, non perdoniamo ai calciatori di pensare

Real Madrid's Brazilian forward #07 Vinicius Junior (L) celebrates scoring his team's third goal with Real Madrid's French forward #10 Kylian Mbappe during the Spanish league football match between Real Madrid CF and Real Sociedad at Santiago Bernabeu Stadium in Madrid on August 26, 2026. (Photo by Thomas COEX / AFP)

La questione dei calciatori liberi di pensare torna d’attualità con il caso Ceuta, e la fotografa bene Maurizio Crosetti in un racconto su Repubblica. Il punto di partenza è il gesto dei giocatori del Real Madrid che, nell’ultimo turno di Liga, hanno mostrato solo in parte la maglia “Todos somos Caballas” per gli abitanti di Ceuta — un episodio che, come avevamo raccontato, ha acceso i social, e che i tre avevano scelto individualmente.

I calciatori liberi di pensare: il doppio ricatto

La tesi di Crosetti è tagliente: verso i calciatori siamo “mai contenti”.

“Se il calciatore non si espone e non s’impegna con uno sguardo sul mondo, eccolo lì il milionario egoista, l’alieno, il menefreghista. Se invece lo fa, eccolo lì il privilegiato che pretende di dare lezioni agli altri, e con tutti quei soldi, facile eh? Come fa, o non fa, sbaglia.”

Il motivo, scrive, è che “abbiamo sempre pretese assolute sul dio degli stadi o dei palazzetti, e se non la pensa come noi allora vuol dire che non pensa”. Tirati per la maglietta da destra e da sinistra, da sponsor e istituzioni, da Fifa e Uefa, i giocatori — argomenta il quotidiano — “hanno il sacrosanto diritto di sentirsi smarriti”. E chi prende posizione ha l’ancor più sacrosanto diritto di essere rispettato: “si chiama libertà d’opinione e vale per tutti”.

Da Breitner a Thuram: chi si è schierato, prima di loro

I tre del Real “hanno avuto le loro ragioni”, e Mbappé le ha poi spiegate; eppure — nota Crosetti — in Spagna si è sollevata “una ingenerosa ondata di sdegno, soprattutto da destra”. Nessuno può accusarli di essere pavidi: Vinicius da anni si batte contro il razzismo, e lo stesso Mbappé aveva invitato i giovani francesi ad andare a votare. Del resto la storia del calcio è piena di chi si è schierato: Breitner, il terzino comunista della Germania Ovest; il dottor Socrates con la “democrazia corinthiana” in Brasile; e la voce altissima di Lilian Thuram a spiegare che “la pelle bianca non esiste”. “Le mele non cadono mai troppo lontano dall’albero”, chiosa Crosetti.

La domanda finale è la più scomoda: Mbappé e gli altri “ci obbligano ad aprirci, possibilmente senza giudicare. Ma siamo pronti per il calciatore che si schiera non solo a centrocampo o in difesa? Forse no”. Doveroso, però, ricordare che c’è anche la lettura opposta: il presidente della Liga, Javier Tebas, ha parlato di gesto “sbagliato“, perché “si tratta di azioni istituzionali, non individuali“. Due visioni distanti — libertà di coscienza contro adesione collettiva — che raccontano quanto il pallone sia ormai un terreno politico, ben oltre le cronache di campo.