Badiashile bollato come pacco e marchiato a fuoco per dieci minuti in Serie A

La giuria popolare lo ha condannato per dieci minuti finali giocati in apnea, catapultato in campo senza nemmeno il tempo di chiedere il nome al compagno di reparto

Badiashile bollato come pacco e marchiato a fuoco per dieci minuti in Serie A

Db Milano 05/09/2026 - campionato di calcio serie A / Inter-Napoli / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: gol Marcus Thuram

La perenne ricerca del capro espiatorio

Il lunedì del pallone è una certezza matematica: una sconfinata, isterica e quantomai “necessaria” rincorsa al capro espiatorio. Il Napoli cade a San Siro contro l’Inter e, puntuale come le tasse, parte il processo sommario con sentenza già emessa: Badiashile è un “pacco”, senza se e senza ma. Ovvio, sennò chi altro? La giuria popolare ha decretato la condanna sulla base di cosa, esattamente? Per dieci minuti finali giocati in apnea, catapultato in campo senza nemmeno il tempo di chiedere il nome al compagno di reparto? Per aver bucato la marcatura su Thuram? Parlare, riempire le colonne, montare casi ad arte e generare entropia: tutto fa brodo pur di giustificare una sconfitta arrivata in questo modo, dimenticandosi pure – come opportunamente ricordato da Sandro Sabatini – che Lautaro probabilmente non doveva nemmeno finire la partita.

Ma sorvoliamo, i cavilli arbitrali rovinano la narrazione del dramma e allora il processo si fa subito “filosofico”: “Il Napoli non ha fatto mercato ed ora paga”. Una scoperta monumentale, non c’è che dire. Lo sapevamo tutti, era tutto ampiamente preventivato e pronosticato: questa rosa è stata voluta e costruita esattamente così, per scelta consapevole e non certo per tragiche sviste societarie.

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Badiashile buttato nella mischia nel finale di Inter-Napoli

Eppure oggi la colpa di tutto è del malcapitato Badiashile, buttato nella mischia in una difesa a cinque a manciata di minuti dalla fine, capro espiatorio perfetto per la solita amnesia di massa. E così, il lunedì, con i barbieri chiusi, la parola passa al tribunale del web: parlottano i social, pontificano i sovranisti da tastiera, i maître à penser da podcast e talvolta pure le firme storiche della carta stampata, tutti uniti nel bollare senza appello un calciatore appena sbarcato. Una sentenza d’ufficio emessa senza possibilità di replica.

Ma davvero vogliamo fare la morale? Qui in Italia da anni la Serie A la portano avanti proprio gli esodati della Premier League: basta guardare l’impatto dei varî Malen e McTominay, fino a Pulisic, Loftus-Cheek e Mkhitaryan. Per non parlare di storie come quella di Máximo Perrone o di Amorim che, bontà sua, non ha l’imprinting tattico e la paranoia tutta italiana e, vivaddio, schiera senza troppi retropensieri anche chi fino a ieri sgomitava al Catanzaro come Cisse.

Oggi la croce va a Badiashile, domani toccherà a Favasulli, tra qualche mese sarà il turno di qualcun altro. L’importante è comprendere che da queste parti, e per queste stesse vie d’inchiostro, ci sono passati a loro tempo anche Fabian Ruiz e Osimhen, gente che all’inizio veniva raccontata come se non sapesse nemmeno stoppare un pallone. Di che parliamo? Viva Badiashile allora, che magari non diventerà Virgil van Dijk, ma oggi, di certo, non possiamo dirlo.