Politano non è ancora uscito dal campo, qualcuno vada a liberarlo

La sua "onnipresenza", come quella di Di Lorenzo e di tanti altri, è un manifesto di immobilismo: il "vecchio" Napoli è una zavorra. Il Politanesimo sta diventando un problema

Politano non è ancora uscito dal campo, qualcuno vada a liberarlo

Matteo Politano c’è sempre stato. Ed è probabilmente ancora lì, anche se la notte è passata, la festa del Como è finita, gli amici son andati via. Starà bonificando il prato del Maradona dalle zanzare, patinato d’umidità, dopo aver spicciato gli spogliatoi, e fatto un po’ d’ordine tra le cose di Vergara (sono caotici sti ventitreenni di oggi, pure se non giocano). L’onnipresenza asfissiante di Politano ha a che fare con il Napoli percepito che d’un tratto (forse più d’uno) rinfacciamo alla società e ad Allegri: la vecchiaia demografica della rosa confermata in blocco, una stanzialità deformante in alcuni ruoli, l’immobilismo che quando si perde è afflittivo. Non c’è scampo. Politano in campo per tutti i 96 minuti e spicci di Napoli-Como è un manifesto. Attaccato al posto sicuro – magari un po’ suo malgrado – come nemmeno negli anni 80 alle Poste.

I numeri bulgari di Politano e Di Lorenzo

Non siamo bravi con i numeri, però se non sbagliamo i calcoli Politano viaggia su una media del 69-70% da tre anni ormai. Con un picco nella stagione 2024/2025, quando la privazione delle coppe europee lo ha tenuto in campo quasi l’80% di tutti i minuti a disposizione, un dato fuori scala per un esterno offensivo nel calcio moderno. Anche perché – vista la predisposizione fisiologica al rientro sacrificale – spesso ripiega con compiti difensivi. Che è poi un cane che si morde la coda: più corre e avrebbe bisogno di riposare più diventa irrinunciabile tatticamente.

Giovanni Di Lorenzo Napoli

Dietro di lui (sotto? Di fianco? In alternanza?) c’è la conferma empirica dello stesso paradigma: Di Lorenzo. Il quale, infortuni a parte, gioca circa il 95% dei minuti a disposizione in una stagione. Nella stagione 2024/2025 ha giocato 37 partite su 38 quasi per intero (3.330 minuti), E se nelle annate con la Champions (23/24 e 25/26), il minutaggio di Politano in campionato cala drasticamente, quello di Di Lorenzo resta costante attorno ai 3.300 – 3.400 minuti. E’ una natura moribonda, la fascia destra del Napoli. Un quadro che ci siamo abituati ad osservare immutabile o quasi, come una quinta di una scenografia che ci è andata a noia. Lasciando fare alla suddetta percezione: da quanti lustri Di Lorenzo e Politano triangolano e si sovrappongono su quella fascia? Noi ce li ricordiamo nei primi anni Ottanta, anche se si facevano chiamare Bruscolotti a Caffarelli.

Il Politanesimo è un manifesto

Il punto non è ovviamente Politano in sé, ontologicamente. Ci sarà un motivo se ogni allenatore che arriva ne fa un feticcio. Le alternative nel ruolo non mancano, ma lui resiste sempre. Ricordate quando fu preso Neres? Politano era indiziato per lo schema panchina-rincalzo. Invece – pur dimostrando Neres di essere un rompighiaccio fenomenale – lui s’è piantato in campo come una quercia secolare. Il punto è semmai che i Politano del Napoli cominciano a diventare, per accumulo, troppi. Non solo per carta d’identità ma anche per proiezione ambientale. Il “vecchio” Napoli è diventato pesante da sopportare. Il mercato a volte serve anche a smuovere un po’ i limacci, a generare entusiasmo, attese. E garantisce alla squadra qualche alibi e giustificazione iniziale che sono ossigeno. Al non-mercato di De Laurentiis non è concesso il beneficio del dubbio. Li conosciamo, se sbagliano è reiterazione del reato. Politano c’era, c’è e ci sarà forse per sempre. Come sui cartelli stradali di quando eravamo piccoli noi. Ma il Politanesimo sta diventando un problema.