Sabatini sul coma: “Ero in un’altra dimensione, vedevo Madre Teresa di Calcutta”

Al podcast One More Time: "E poi ero convinto che gli infermieri volessero uccidermi. Mi distrugge non poter uscire di casa." Poi la promessa: "Voglio tornare nel calcio, ci tornerò in qualunque modo, perché è la mia vita."

Sabatini sul coma: “Ero in un’altra dimensione, vedevo Madre Teresa di Calcutta”

As Roma 07/02/2020 - campionato di calcio serie A / Roma-Bologna / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Walter Sabatini

Una delle voci più autorevoli in Serie A quella di Sandro Sabatini, storico direttore sportivo di compagini del calibro di Roma, Lazio e Inter. Un uomo spesso difficile, a volte scorbutico, segnato anche da migliaia di sigarette fumate nel tempo, che dietro la sua immagine nasconde il dolore di una lunga malattia che l’ex dirigente ha saputo raccontare con coraggio al podcast One More Time.

Le parole di Sabatini

Sabatini Napoli

Parlando del suo ricovero nel 2018 e del coma:

Sono finito in terapia intensiva, 25 giorni in coma farmacologico. Ero in un’altra dimensione, pensavo di essere morto perché vedevo troppe cose. Vedevo cose che mi facevano paura, ma le consideravo temporanee. Vedevo Madre Teresa di Calcutta e parlavo con lei, ma lei non voleva essere toccata.

E poi ero convinto che gli infermieri volessero uccidermi, perché nella mia mente avevo costruito l’idea che avessero fatto un accordo con un’agenzia funebre vicina all’ospedale. Pensavo avessero già venduto il mio corpo. Per questo ogni volta che percepivo un infermiere mi agitavo moltissimo, anche se ero intubato e sedato. È stata un’esperienza durissima, soprattutto dopo il risveglio”

Sulle sue condizioni

Sabatini

“Non esco più di casa, posso stare anche un mese intero senza uscire. Anche andare al ristorante per me è uno sforzo enorme. Non mi sento tranquillo, ma soprattutto non mi piace mettermi in mostra davanti agli altri: mi mette a disagio l’idea che qualcuno possa vedermi, per esempio, incapace di alzarmi da solo. È una cosa che mi distrugge dentro. Perché la mia vita non è questa. È stata tutt’altro, e il ricordo di ciò che ero e di quello che ho realizzato mi fa soffrire.”

Sul suo ritorno nel mondo del calcio è diviso:

“Quello che è stato è stato, è stato anche bello. Ora devo accettare che sia finito.”

però poi:

Voglio tornare nel calcio, ci tornerò in qualunque modo, perché è la mia vita. Ognuno è ciò che fa. Le persone non esistono se non attraverso ciò che fanno o dicono, quindi per me il calcio è fondamentale perché è l’unica cosa che ho sempre voluto e saputo fare. Io sono quello, non un altro possibile. Ho provato anche a scrivere, ma non sono un grande scrittore. Il calcio è la mia vita, è l’unica cosa che conta. Tutto il resto è immaginazione, ed è questo che mi lega così profondamente al calcio: è un modo estremo per restare attaccato alla vita.”