“È il Maradona dei difensori”, così mio nonno definiva Franco Baresi

C’era quando il calcio era ancora fatto di fango, numeri dal 1 all'11 e marcature a uomo feroci. E c’era quando si è trasformato in velocità, tv satellitari e diagonali perfette

“È il Maradona dei difensori”, così mio nonno definiva Franco Baresi

Db Milano 23/02/2023 - 20° Anniversario di Fondazione Milan / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Franco Baresi

Franco Baresi ha cambiato il ruolo del libero

“È il Maradona dei difensori”. Così lo definiva mio nonno. E, in un certo senso, lo consacrò persino Diego, quel giorno in cui scambiò la maglia con la sua numero 6, definendolo senza mezzi termini il più grande. Franco Baresi era trasversale: seppur in quegli anni il suo Milan ci tolse uno scudetto che brucia ancora, nulla poteva scalfire la sua aura.

Tre gesti hanno scolpito la sua leggenda nella nostra memoria collettiva: la testa alta palla al piede mentre impostava il gioco con la grazia di un regista, il braccio alzato a chiamare un fuorigioco che era prima una sentenza psicologica e poi tattica, e lo sguardo duro in marcatura, di chi non concedeva un centimetro ma non scendeva mai nella scorrettezza. Libero — ma per modo di dire. Perché con l’arrivo di Arrigo Sacchi quel ruolo perse la sua accezione classica di ultimo baluardo solitario per diventare il motore di una macchina perfetta: Baresi non copriva solo i buchi, ma accorciava, saliva e guidava una linea difensiva che si muoveva come un unico organismo. Anzi, Franco Baresi è stato il vero ponte tra più generazioni del calcio italiano, da Gianni Rivera a Marco van Basten. Se ci pensiamo, sembrano due ere geologiche diverse, due mondi calcistici che quasi non si parlano, ed eppure lui c’era, attraversandoli da capitano silenzioso.

Maradona con la maglia di Franco Baresi

Annientò Romario e Bebeto prima di sbagliare il rigore

C’era quando il calcio era ancora fatto di fango, numeri dal 1 all’11 e marcature a uomo feroci; c’era quando quel gioco si è trasformato in velocità, tv satellitari e diagonali perfette. La sua grandezza sta tutta lì, in quella capacità di unire anche i tifosi rivali, perché si poteva invidiare quel Milan, ma non si poteva non rispettare la maglia numero 6.

Forse la sintesi definitiva della sua carriera sta tutta in quel pomeriggio di Pasadena nel 1994: un ginocchio operato appena venticinque giorni prima, centoventi minuti di dominazione fisica e mentale su Romario e Bebeto, e poi quelle lacrime amare a fine partita, mostrandoci un gigante fragile e imbattibile allo stesso tempo.

Baresi romario

Mio nonno aveva ragione: di Maradona ce n’è stato uno solo, ma se il calcio italiano ha avuto un corrispettivo in grado di rendere poesia l’arte del difendere, quel qualcuno portava la fascia al braccio rossonera e la testa ben alta. Eppure, quando ripenso a quel numero 6 che correva a testa alta, non vedo solo il grande campione, ma rivedo soprattutto la TV Mivar in salotto, il profumo della domenica e quell’infanzia in cui il calcio era ancora un territorio puro, fatto di eroi invincibili capaci di unire generazioni intere davanti ad una radio prima e ad una pay tv dopo. Baresi ha chiuso con il calcio giocato proprio alle soglie di un’epoca diversa, salutando il campo poco prima che il nostro pallone scivolasse nel suo periodo più buio, tra scandali finanziari, Calciopoli e la perdita di quella favola domenicale che ci aveva fatti innamorare da bambini.

Grazie per il calcio che ci hai donato.