Questi sono i Mondiali del culto dell’individuo: il narcisismo ha trasformato lo sport di squadra

Una volta i campioni aiutavano a vincere le squadre, oggi è il contrario. E' una narrazione tossica, prima solo con Maradona era così: la sua Argentina del 1986 è una delle squadre più sottovalutate di sempre

Questi sono i Mondiali del culto dell’individuo: il narcisismo ha trasformato lo sport di squadra

Gc Houston (Stati Uniti) 23/06/2026 - Mondiali di Calcio 2026 / Portogallo-Uzbekistan / foto Giacomo Cosua/Image Sport nella foto: esultanza gol Cristiano Ronaldo

Lo sapevate che, secondo Google, il record di gol di Klose ai Mondiali è stato cercato più volte in questo torneo che nell’anno in cui lo stabilì? Perché quel record all’epoca (era appena il 2014, eh) era poco importante, ora è fondamentale. Perché questa è l’età dell’oro della venerazione dell’individuo, e niente come questo Mondiale lo dimostra partita dopo partita, titolo dopo titolo. Lo scrive nella sua analisi sul Guardian Jonathan Liew.

Un tripudio di stelle

Liew scrive di “un cambiamento epocale, guidato in parte dagli eventi sul campo e in parte dall’industria stessa. Questo Mondiale è un tripudio di stelle, e mai prima d’ora questi nomi sono stati invocati con tanta sfrontatezza e senza riserve. La Francia non batte l’Iraq; al suo posto, Kylian Mbappé lancia la sfida a Erling Haaland, Harry Kane e agli altri. A tratti, la fase a gironi è sembrata una scomoda distrazione dalla vera sfida: la corsa alla Scarpa d’Oro”.

Un tempo, i successi individuali favorivano la gloria della squadra. Ora sembra che sia vero il contrario. Messi non vince la Coppa del Mondo per l’Argentina; la vincono per lui. Un trionfo del Portogallo sarebbe un risultato straordinario per un paese di 10 milioni di abitanti: la definitiva conferma di una cultura calcistica, di un sistema di scovamento dei talenti e di sviluppo dei giovani, di una tradizione di allenamento che risale al movimento di periodizzazione tattica inaugurato quattro decenni fa. Tutto ciò verrebbe infine oscurato dal (indubbiamente impressionante) risultato di come un uomo di incredibile successo e immensamente amato sia diventato ancora più di successo e amato”.

Messi

E mica vale solo per le superstar. Pensate ai casi “virali” di questa edizione: Vozinha ed Eloy Room. Ma anche fuori dal campo è così: “David Beckham è stato più presente in questo torneo che in alcuni dei Mondiali a cui ha partecipato. Zlatan Ibrahimovic su Fox Sports (due Mondiali, zero gol) è stato il re dei brevi video verticali. Persino chi non vuole essere al centro dell’attenzione finisce per esserlo: si pensi al ritratto ufficiale virale di Marcelo Bielsa, in cui guarda solennemente in basso come un cantautore folk sul punto di pubblicare un album di ballate acustiche dolorosamente intime”.

L’iper-fissazione sui singoli

E ovviamente niente di tutto ciò è casuale. “In larga misura è il prodotto di tante piccole decisioni che, accumulandosi, portano a un’iper-fissazione sui singoli individui in quello che, in teoria, è uno sport di squadra. L’avvento delle telecamere televisive in stile cinematografico, che sfocano tutto ciò che si trova sullo sfondo e concentrano lo sguardo su un singolo oggetto, è forse il simbolo perfetto della direzione che sta prendendo il calcio”.

E spesso lo sport esprime solo tendenze sociali già esistenti. E’ il “segno distintivo della nostra epoca sempre più narcisistica. L’atleta come influencer. Il tifoso come partecipante. Il presidente della Ffifa come regista/sceneggiatore/produttore/protagonista del suo stesso film”.

“E se questo è ciò che vi entusiasma, va bene. Il cliente ha sempre ragione, e tutto il resto. Ma cosa succede al prodotto stesso quando siamo incoraggiati a consumarlo esclusivamente attraverso la lente dell’individuo? Quali storie restano inascoltate, quali prospettive rimangono inesplorate? Forse l’ironia della narrazione moderna, dominata dalle superstar, sta nel modo in cui esalta, anziché sminuire, l’importanza del collettivo. Solo circondato da una squadra che era più della somma delle sue parti, Ronaldo ha potuto trionfare nel 2016, Mbappé nel 2018, Messi nel 2022, Haaland con il Manchester City nel 2023. Una delle conseguenze del culto di Diego Maradona è che la squadra argentina del 1986 in cui giocava – Jorge Burruchaga, Sergio Batista, Oscar Ruggeri – è diventata una delle formazioni più sottovalutate nella storia dei Mondiali”.

Liew dice quindi che “il culto dell’individuo nel calcio non è semplicemente una scelta estetica, ma una sorta di deliberata stupidificazione. Il giocatore X fa le cose da giocatore X: facile. Spiegare il calcio attraverso la complessità di 22 giocatori che interagiscono tra loro in campo, le tattiche e le relazioni, la storia collettiva, l’identità e i traumi, il modo in cui gli allenatori trasformano il pensiero astratto in azione fisica: difficile. Ma è anche uno dei motivi per cui lo sport più semplice è anche il più bello”.