Libertà di stampa in crisi: perché l’Italia sprofonda nel ranking mondiale 2026
L'Italia scivola al 56esimo posto nella classifica di Reporters sans frontières, in netto peggioramento. Un approfondimento sulla libertà di stampa oggi minacciata da sponsor e algoritmi

Tra querele temerarie e pressioni politiche, la libertà di stampa in Italia sta vivendo una crisi senza precedenti.
L’Italia sprofonda nel baratro della libertà d’informazione, crollando al 56° posto della classifica mondiale 2026 stilata da Reporters sans frontières (Rsf), dove viene spiegato il declino attraverso i cinque indicatori chiave, rivelando una realtà preoccupante per il nostro Paese. Il rapporto, pubblicato il 3 maggio in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa, denuncia un arretramento senza precedenti causato dal combinato disposto di pressioni politiche sulla Rai, minacce mafiose e l’abuso di querele temerarie che soffocano il diritto di cronaca. Con questo risultato, il nostro Paese si conferma maglia nera dell’Europa occidentale, stretto tra la precarietà dei cronisti e nuove leggi “bavaglio” che minacciano di trasformare il diritto all’informazione in un’illusione.
L’Italia nel baratro della classifica RSF
Nel 2026, l’Italia registra un preoccupante declino nella classifica mondiale della libertà di stampa curata da Reporters sans frontières (Rsf), scivolando al 56° posto. Questo risultato segna un netto peggioramento rispetto alla 49esima posizione del 2025 e alla 46esima del 2024, confermando il nostro Paese come il peggiore dell’Europa occidentale.
Ma come viene stabilito chi è “libero” e chi no? La valutazione sulla libertà di stampa si basa su un punteggio da 0 a 100, calcolato incrociando il numero di abusi e violenze commessi contro i giornalisti con un’analisi qualitativa affidata a esperti. Questi ultimi valutano la situazione attraverso cinque indicatori chiave: il contesto politico (l’autonomia dei media), la cornice legale (le leggi a tutela o punizione dei cronisti), il contesto economico, quello socio-culturale e, infine, la sicurezza fisica e mentale dei professionisti.
Le ragioni dello “sprofondamento” italiano sono molteplici e toccano diversi di questi punti. Sul fronte della sicurezza, pesano le minacce delle organizzazioni mafiose, soprattutto nel Sud, e di gruppi estremisti violenti; basti pensare che oggi circa venti giornalisti vivono sotto scorta permanente. A preoccupare è anche la cornice legale: l’Italia resta maglia nera per le querele temerarie (SLAPP), ovvero azioni legali intimidatorie usate da politici o imprenditori per bloccare le inchieste e limitare la libertà di stampa. A questo si aggiunge la cosiddetta “legge bavaglio”, che vieta la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, ostacolando direttamente il diritto di cronaca giudiziaria.
Il rapporto denuncia inoltre crescenti ingerenze politiche nella Rai, accusata di subire pressioni per trasformarsi in uno strumento di propaganda al servizio del governo. Un clima che, unito alla crescente precarietà contrattuale, spinge molti giornalisti verso l’autocensura per timore di ritorsioni, minando alla base la libertà di stampa e d’informazione.
Il contesto globale non è migliore: per oltre la metà dei Paesi monitorati (52,2%) la situazione è “difficile” o “molto grave”, il dato peggiore degli ultimi 25 anni. Se la Norvegia resta il modello da seguire, democrazie storiche come gli Stati Uniti crollano al 64° posto, risentendo degli attacchi sistematici alla stampa. Secondo Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana), i dati sull’Italia sono lo specchio di una “situazione di grande sofferenza” in cui la libertà di stampa viene rispettata solo a parole.
La libertà di stampa esiste davvero o è solo un’illusione?
Questa è la domanda che abbiamo posto a due giornalisti, ricevendo risposte che si dividono in due visioni differenti ma complementari sul reale stato della libertà di stampa.
La visione del giornalismo d’assalto
Da una parte c’è la visione del giornalista Marco Cesario, collaboratore presso MicroMega e autore per l’agenzia internazionale Ansa. Egli sostiene che la libertà di stampa esiste eccome, proprio perché ancora oggi molti giornalisti vengono minacciati, incarcerati o addirittura uccisi per il loro lavoro. Se non esistesse una stampa veramente libera e capace di mettere in difficoltà il potere, non ci sarebbe bisogno di censurare, intimidire o eliminare chi racconta determinate verità.
Il fatto stesso che governi, organizzazioni criminali o grandi interessi economici tentino di silenziare i giornalisti dimostra quanto l’informazione libera possa essere potente e pericolosa per chi detiene il potere. Anche in Italia non mancano esempi significativi: giornalisti come Roberto Saviano, Marilena Natale o Giancarlo Siani hanno raccontato criminalità organizzata, corruzione e interessi nascosti, spesso pagando prezzi altissimi. Proprio la storia di Siani, assassinato dalla camorra, viene citata come esempio di vero giornalismo: il vero giornalista è colui che sa dimostrare la verità dei fatti con inchieste vere, difendendo la libertà di stampa a costo della propria vita.
La visione moderata
Dall’altra parte c’è una visione più moderata, secondo cui la verità sta nel mezzo e ad affermarlo è il giornalista Maurizio Cerbone, direttore di Nano TV, testata giornalistica ed emittente nata per l’informazione quotidiana. Per quest’ultimo dire che la libertà di stampa non esista affatto sarebbe eccessivamente pessimista; allo stesso tempo, affermare che sia totale e incontaminata sarebbe ingenuo. In questa visione, la libertà d’informazione è una conquista quotidiana. Un giornalista autorevole riesce, almeno in parte, a tenere a distanza le pressioni del cosiddetto “palazzo”, mantenendo indipendenza e affidabilità. La libertà di stampa, quindi, non sarebbe un’illusione ma nemmeno una realtà perfetta.
Tra verità e destabilizzazione
Se una notizia “vera” può destabilizzare un Paese, è giusto pubblicarla comunque in nome della libertà di stampa?
Dalle risposte dei due giornalisti emerge una posizione molto chiara: se una notizia è vera, la verità non dovrebbe mai essere nascosta. Secondo Maurizio Cerbone, il compito del giornalista è quello di informare; se una notizia è verificata, allora deve essere pubblicata. Aggiunge poi, che se un Paese si destabilizza a causa della verità, è probabilmente un Paese che si reggeva già su basi fragili. Questo non significa fare informazione in modo irresponsabile, ma riconoscere che il silenzio, in alcuni casi, può risultare persino più pericoloso della diffusione della notizia stessa.
Marco Cesario sostiene con forza che una notizia vera debba essere resa pubblica, soprattutto quando riguarda corruzione, abuso di potere o violazioni della democrazia. Il giornalismo d’inchiesta diventa uno strumento fondamentale per difendere la libertà di stampa, controllare il potere e impedire che istituzioni o grandi interessi economici agiscano nell’ombra.
A sostegno di questa tesi vengono ricordati esempi fondamentali del giornalismo internazionale, come il caso Panama Papers, lo scandalo Cambridge Analytica e le rivelazioni di Julian Assange attraverso WikiLeaks. Queste inchieste hanno mostrato abusi e violazioni dei diritti umani che sarebbero rimasti nascosti senza il lavoro dei giornalisti. Il giornalismo ha proprio il compito di controbilanciare il potere: chi governa tende a nascondere errori o scandali, e il lavoro della stampa serve a portare quei fatti all’attenzione pubblica.
Chi controlla l’informazione oggi?
Ci siamo posti questa domanda cercando di entrare nello specifico senza giri di parole. Teoricamente nessuno controlla tutto: oggi chiunque può decidere di pubblicare informazioni. Tuttavia, la libertà di stampa si scontra con due grandi “filtri” riscontrati da entrambi i professionisti, che allontanano i giornali dalla verità pura:
1. Investitori e sponsor: Il primo filtro è costituito dai finanziatori dei giornali. Avendo accordi con aziende spesso al centro del dibattito pubblico, gli investitori possono orientare il tipo di pubblicazione. Se un giornale ha finanziatori legati all’industria delle armi, l’informazione su conflitti come quello in Ucraina potrebbe virare in una certa direzione. I giornalisti indipendenti lottano contro queste direzioni editoriali imposte dall’alto, scontrandosi con censure di stato, interrogazioni parlamentari e la “macchina del potere” che tenta di bloccare le informazioni scomode.
2. L’Algoritmo: Il secondo filtro, che riguarda tutti, è l’algoritmo. Per far arrivare una notizia a più persone possibili, anche il giornalista più libero deve “farsi amico” l’algoritmo dei social. Puoi avere lo scoop del secolo sulla libertà di stampa, ma se non ti adegui alle regole tecniche delle piattaforme, la tua voce non arriverà a nessuno.
Digitale: evoluzione o nuovo controllo invisibile?
La grandezza dell’online è innegabile, entrambi lo affermano: chiunque può fondare un giornale digitale da zero. Tuttavia, la libertà di stampa oggi deve fare i conti con i social media, diventati il vero “giornale globale”. Su piattaforme come X (ex Twitter), la velocità dell’informazione si scontra con la proliferazione di bufale, alimentata anche dall’avvento dell’intelligenza artificiale che rende complesso scovare le fake news.
Nonostante questo, c’è chi prova a mantenere un contesto informativo limpido. Molti social hanno implementato sistemi di fact-checking per consentire, anche tramite i commenti della comunità, di smentire notizie false. La sfida del futuro per la libertà di stampa sarà proprio questa: navigare tra le infinite possibilità del digitale senza cadere nelle trappole di un controllo invisibile e tecnologico dell’informazione.
Laboratorio di Giornalismo On Line della Federico II di Napoli, dipartimento Scienze sociali, corso di laurea in Culture digitali e della Comunicazione. I partecipanti sono: Maria Rosaria Esposito, Domenico Di Maiolo, Alessandra Bottillo, Gaia Tammaro, Flavio Cerbone, Davide Grieco, Nicole Esposito, Giuseppe Mattia Rubinacci.